
In un’epoca in cui l’Europa sembra incapace di leggere il mondo che cambia, immaginare scenari alternativi – seppure improbabili – diventa quasi un atto di igiene intellettuale che può aiutarci a comprendere “come siamo messi”.
L’ipotesi di una ipotetica alleanza strategica tra Europa e Cina appartiene a questo scenario immaginario: un innocente esercizio teorico che, proprio perché improbabile, potrebbe essere forse utile a comprendere la distanza tra ciò che l’Europa è e ciò che potrebbe essere se avesse il coraggio di definirsi… e se potesse davvero farlo.
Alcuni analisti sostengono che la Cina, pur con tutte le sue contraddizioni, sia oggi la potenza meno incline alla “stupefacente e stupefatta” isteria geopolitica di USA e Russia.
Non perché la Cina sia più pacifica, ma perché la sua visione del mondo è plasmata da una tradizione filosofica e culturale che privilegia l’equilibrio, la complementarità, la gestione dei contrasti più che la loro esplosione.
Il taoismo, con la sua idea di armonia dinamica tra forze opposte, continua a influenzare la mentalità strategica cinese, molto più orientata alla pazienza, alla continuità, alla costruzione di interdipendenze economiche che non alla proiezione militare. È un approccio che, almeno in teoria, potrebbe dialogare con un’Europa che da decenni si racconta come potenza civile e diplomatica.
Il legame culturale tra Europa e Cina non nasce oggi. È un filo sottile ma persistente che risale ai tempi di Marco Polo, quando l’incontro con l’Oriente non era ancora filtrato dalle categorie rigide della geopolitica moderna. Quel viaggio rappresentò uno dei primi tentativi europei di comprendere una civiltà diversa senza ridurla a minaccia. Oggi quel filo è quasi invisibile, ma non spezzato. E immaginare un’alleanza significa anche chiedersi se l’Europa sia ancora capace di guardare oltre il proprio orizzonte atlantico, recuperando una curiosità che un tempo l’ha resa grande.
Il problema, tuttavia, è che l’Europa non è per niente libera di esplorare alternative. La presenza capillare delle strutture militari statunitensi sul suo territorio rende impensabile qualunque riallineamento strategico, senza uno scontro politico e persino militare di proporzioni enormi.
A questo si aggiunge una dipendenza tecnologica, finanziaria e perfino psicologica dagli Stati Uniti che impedisce al continente di pensarsi come soggetto autonomo. È per questo che molti osservatori parlano di un’Europa destinata a diventare la Cenerentola degli USA: un’alleata fedele, ma irrilevante e bistrattata; una periferia di lusso, non un centro decisionale.
Eppure, proprio per questo, l’esercizio teorico di un’alleanza con la Cina diventa rivelatore. Alcuni studiosi sostengono che un’Europa capace di dialogare – politicamente ed economicamente – con Pechino da una posizione autonoma potrebbe ottenere margini di manovra oggi impensabili.
Potrebbe sfruttare la competizione tra le grandi potenze invece di subirla. Potrebbe recuperare un ruolo di mediazione globale che oggi ha completamente smarrito. Potrebbe persino riscoprire una propria identità culturale, non più definita per contrasto con l’altro, ma per capacità di relazione.
Naturalmente, tutto questo resta confinato nel campo delle ipotesi. Non solo perché gli Stati Uniti non lo permetterebbero, ma perché l’Europa stessa non sembra avere la volontà politica di emanciparsi.
Ogni volta che si apre uno spiraglio, emergono la frammentazione interna, la paura di assumersi responsabilità storiche, l’incapacità di parlare con una voce sola. È come se il continente avesse interiorizzato l’idea di non poter essere protagonista, ma solo spettatore.
Forse un’alleanza Europa‑Cina non vedrà mai la luce. Forse è davvero irrealizzabile. Ma il fatto stesso che sembri impossibile dice molto più sull’Europa che sulla Cina.
Se un continente che ha dato i natali a Marco Polo non riesce più nemmeno a immaginare un mondo diverso, allora il problema non è la Cina, né gli Stati Uniti. Il problema è la sua mancanza di immaginazione… e di autonomia.

