
Disarmiamo Avellino non è stato soltanto uno slogan scandito tra le strade della città, ma un grido collettivo, una presa di coscienza che ha attraversato quartieri, associazioni, scuole, sindacati e cittadini comuni. Oggi, 26 settembre 2025, Avellino ha vissuto una delle sue giornate più dense di significato civile e politico, una manifestazione che ha saputo unire la denuncia alla proposta, la memoria all’azione, la rabbia alla speranza.
La marcia è partita da Rione Mazzini, periferia simbolica e reale di una città che troppo spesso ha visto le sue zone marginali abbandonate dalle istituzioni e colonizzate da dinamiche opache, quando non apertamente criminali. Il corteo ha attraversato le arterie urbane con passo lento ma deciso, portando con sé cartelli, striscioni, parole e volti. Volti di giovani, di anziani, di militanti, di insegnanti, di operai, di madri e padri. Volti che non vogliono più guardare Avellino dalla finestra, ma viverla, cambiarla, proteggerla.
La rete di Libera, insieme a decine di sigle associative e sindacali, ha costruito questo momento con pazienza e determinazione. Non si è trattato di un evento estemporaneo, ma del frutto di mesi di assemblee, incontri, confronti. L’obiettivo era chiaro: riportare al centro del dibattito pubblico la questione della legalità, della giustizia sociale, della sicurezza intesa non come repressione ma come diritto alla dignità. In questo senso, “disarmare Avellino” significa smantellare le logiche di potere che si nutrono del silenzio, dell’isolamento, della paura.
Il riferimento alle infiltrazioni mafiose non è retorico, ma poggia su dati e testimonianze. Negli ultimi anni, diverse inchieste hanno evidenziato la presenza di interessi criminali nella gestione di appalti, nel commercio, persino nella politica locale. Eppure, troppo spesso queste notizie sono state archiviate come episodi isolati, come deviazioni marginali. La manifestazione di oggi ha voluto dire che non si può più voltare lo sguardo, che la lotta alla criminalità organizzata deve essere una priorità condivisa, non una battaglia di pochi.
Il ruolo delle periferie è stato centrale, non solo come luogo fisico ma come metafora di esclusione. I quartieri popolari sono stati attraversati dal corteo non per caso, ma per scelta. È lì che la politica non arriva, se non in campagna elettorale. È lì che le reti sociali si sfaldano, che i servizi mancano, che la solitudine diventa terreno fertile per l’illegalità. Portare la manifestazione in quei luoghi ha significato ribaltare la prospettiva: non più centro che parla alla periferia, ma periferia che si prende il centro.
Il messaggio è stato anche culturale, perché disarmare Avellino significa disarmare le coscienze, liberarle dai pregiudizi, dall’indifferenza, dalla rassegnazione. Le scuole hanno partecipato con entusiasmo, dimostrando che l’educazione alla legalità non è un esercizio astratto, ma un percorso concreto che può e deve partire dai banchi. I giovani hanno preso la parola, hanno raccontato le loro esperienze, le loro paure, i loro sogni. E lo hanno fatto con una maturità che spesso manca a chi dovrebbe rappresentarli.
La politica locale è rimasta in silenzio, o ha partecipato in modo marginale. Un’assenza che ha fatto rumore, che ha lasciato spazio alla società civile ma ha anche mostrato quanto sia urgente una classe dirigente capace di ascoltare, di mettersi in gioco, di assumersi responsabilità. Non basta dichiararsi contro la criminalità: servono scelte, investimenti, visioni. E oggi, in piazza, la visione c’era, ma non veniva dai palazzi.
La manifestazione si è conclusa nel cuore della città, con un momento di riflessione collettiva. Non c’erano palchi, né comizi, ma cerchi di persone che si parlavano, che si guardavano negli occhi, che si chiedevano cosa fare domani. Perché “Disarmiamo Avellino” non finisce oggi: è un processo, un cammino, una sfida. Una sfida che riguarda tutti, nessuno escluso.
Avellino ha dimostrato di avere ancora una voce, e quella voce oggi ha parlato chiaro. Ha detto che non vuole più essere terra di passaggio per interessi oscuri, che non accetta più di essere raccontata solo per le sue ombre. Ha detto che vuole essere protagonista del proprio futuro, e che quel futuro deve essere costruito con coraggio, con giustizia, con partecipazione.
E se qualcuno ancora pensa che sia solo una boutade, una fiammata destinata a spegnersi, farebbe bene a guardare negli occhi chi oggi ha marciato. Perché in quegli occhi c’era la luce di chi ha deciso di non arrendersi.

