Il 20 luglio 1969 rimane sicuramente una delle date più scolpite nell’immaginario collettivo: milioni di persone rimasero incollate davanti allo schermo di un televisore in bianco e nero ad osservare – con il fiato sospeso – un piccolo veicolo chiamato Eagle che si posava sul suolo lunare del Mare della Tranquillità e due uomini che calzano stivali spaziali, pronti a lasciare la loro traccia sull’argenteo regolite lunare.
È impossibile non emozionarsi al ricordo di Neil Armstrong che pronuncia le parole entrate nella leggenda: «Un piccolo passo per un uomo, un balzo gigantesco per l’umanità». E tuttavia, non tutti interpretano quel momento come una vittoria incondizionata della scienza e della tecnologia: c’è chi ancora oggi suggerisce di dare uno sguardo al documentario “American Moon” per scoprire un’altra versione, decisamente meno affascinante, di questa storia.
La tecnologia disponibile all’epoca — un Apollo Guidance Computer con 2 KB di RAM e 36 KB di memoria di massa (molto più debole dei primissimi videogames o di una moderna lavatrice), tute spaziali forse sufficienti a proteggere dal vuoto ma non certo dalle radiazioni. e un Modulo Lunare più instabile di un tavolino per sedute spiritiche — sembrano uscite da un museo della paleo-informatica.
Non deve trarre in inganno il fatto che nel 1957, la cagnolina Laika era già stata lanciata in orbita e sei anni più tardi il cosmonauta Jurij Gagarin aveva compiuto il giro del mondo… e dello spazio. Perché si tratta di imprese completamente diverse. Occorre, infatti, tenere ben presente che la Luna dista 384.400 chilometri, mentre lo spazio comincia a soli 100 Km di altitudine e la stessa Stazione Spaziale Internazionale orbita a circa 400 Km di altitudine (cioè a una distanza che è pari a un millesimo della distanza Terra-Luna).
Conviene ricordare che l’allunaggio (di qualsiasi cosa si sia trattato) avvenne in piena Guerra Fredda tra USA‑URSS, in cui milioni di dollari si trasformarono in propaganda, e il successo (presunto o reale, non lo sapremo mai con certezza) dell’Apollo 11 diventò tanto uno show mediatico quanto un trionfo geopolitico.
Restano perciò alcune domande che il lettore non può ignorare, tra cui: come hanno fatto gli astronauti a superare indenni la cintura di Van Allen con pochi centimetri di alluminio come scudo? Perché le ombre delle fotografie lunari appaiono non sempre parallele, e quelle tracce di impronte così pulite in un ambiente privo di vento suonano quasi sospette a un occhio attento?
Non serve diventare “complottisti” per farsi queste domande; anzi, è proprio il rispetto delle opinioni diverse che rende più sana la discussione. C’è chi guarda ai parametri tecnici, si immerge nei rapporti NASA e trova spiegazioni plausibili allineate ai calcoli di orbite e traiettorie, e chi invece preferisce sospendere il giudizio finché non avrà visto con i propri occhi documenti declassificati o filmati inediti.
Allo stesso tempo, va sottolineato che molte presunte “prove” dello sbarco di esseri umani sulla Luna sono facilmente contestabili: le impronte lasciate sul suolo lunare, i rover, gli specchi laser e ogni altro residuo tecnologico non bastano affatto – di per sé – a provare l’avvenuto sbarco dell’essere umano, ma provano solo che ci è arrivata la sua tecnologia e le sue apparecchiature, Esattamente come le tracce lasciate su Marte attestano solo il passaggio di sonde robotiche e non quello di un piede umano.
Inoltre, se davvero Neil Armstrong e compagni avessero messo piede sulla Luna nel 1969, perché abbiamo poi rimandato per decenni il “grande ritorno”, posticipando ripetutamente la data di un secondo allunaggio umano?
Come si vede, i dubbi esposti possono avere un minimo di valore. Per cui, il lettore si trova davanti a due percorsi possibili, entrambi degni di rispetto: chi sceglie di fidarsi delle spiegazioni di alcuni governi, ritenendo veritieri i dettagli dei suoi tecnici e le testimonianze di parte, e chi nutre legittime perplessità, in attesa di nuove prove o di un’interpretazione più cauta.
Poiché la storia insegna che non sempre è bene fidarsi troppo della narrazione dominante e neppure etichettare frettolosamente chi dubita come complottista. Ad esempio, l’opinione pubblica mondiale sostenne con veemenza l’intervento statunitense in Iraq sulla base di una narrazione — poi smentita anche da indagini governative — secondo cui il regime di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa, mai rinvenute. Dunque ignorare il rischio di narrative costruite a vantaggio di interessi geopolitici non sarebbe affatto una novità e costituirebbe un atteggiamento quantomeno ingenuo.
L’opinione pubblica mondiale, per esempio, sostenne l’attacco USA all’Iraq di Saddam Hussein in seguito alla narrazione, poi risultata non veritiera, che lo stato mediorientale possedesse ancora e che potesse usare armi di distruzione di massa. Quindi, negare ipotetiche narrative strumentali alle convenienze geopolitiche non appare molto saggio.
In fondo, nella storia dell’uomo, ogni grande racconto ha le sue lacune e ogni grande impresa i suoi misteri. Il vero capolavoro, allora, non è decidere una volta per tutte se l’uomo (inteso come essere biologico) abbia davvero camminato sulla Luna nel luglio del ’69, bensì salvaguardare in ciascuno di noi il desiderio e il diritto di verificare, di dubitare e, soprattutto, di pensare con la propria testa, selezionando e interpretando la mole di informazioni – talune manipolatorie – a cui siamo sottoposti dai media, dalle nuove tecnologie e dai nuovi algoritmi.
Sia che il 20 luglio venga celebrato come il coronamento della conquista spaziale, sia che rimanga impressa come la più grande e spettacolare messinscena dell’era moderna, quel giorno resta un appuntamento da ricordare.
Per chi sogna le stelle e per chi preferisce mantenere i piedi ben piantati a terra, l’importante è non smettere mai di guardare il cielo con occhi curiosi.
Io non so quale sia la verità, per il semplice fatto che non c’ero. E ho l’onestà di ammetterlo.
E non comprendo la “fede” di chi si dice sicuro – sia dell’una che dell’altra versione.

