Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che molti adolescenti vivono immersi in un ambiente emotivo e culturale che li espone a tensioni difficili da decifrare e ancora più difficili da gestire. Non si tratta solo di episodi isolati di violenza, ma di segnali che indicano un cambiamento più profondo: la disponibilità mentale alla violenza è aumentata, e ciò avviene in un contesto in cui gli adulti di riferimento faticano a esercitare un ruolo educativo stabile.
Quando un ragazzo arriva a ferire un’insegnante o a progettare un gesto estremo, la domanda da porsi non è “che cosa è successo in quell’istante?”, ma “che cosa ha reso possibile quell’istante?”. Le risposte non sono mai semplici, ma alcune linee emergono con chiarezza.
La prima riguarda il clima sociale: la polarizzazione, come mostrato dallo studio pubblicato nel 2024 su Communications Psychology, non è un fenomeno astratto. È un processo che irrigidisce le identità, riduce le sfumature, trasforma il conflitto in ostilità e l’ostilità in disprezzo. In questo terreno, la violenza non nasce dal nulla: si prepara lentamente, restringendo il linguaggio, amplificando il rancore, normalizzando l’idea che l’altro sia un bersaglio.

La seconda linea riguarda gli ambienti educativi. Lo studio del 2025 pubblicato sul Journal of Research on Adolescence mostra che discriminazione, insicurezza scolastica e relazioni percepite come poco democratiche aumentano il sostegno alla radicalizzazione violenta. Non perché la scuola generi violenza, ma perché quando un ragazzo vive – a torto – la scuola come un luogo ostile, la sua vulnerabilità cresce. Allo stesso tempo, il medesimo studio evidenzia che un clima scolastico partecipato e giusto riduce significativamente il rischio. È un dato fondamentale: la scuola può essere un fattore protettivo, ma non può esserlo da sola, e soprattutto non può esserlo se viene costantemente delegittimata, a cominciare dalle intrusioni dei genitori, talora non in possesso di idonee capacità genitoriali.
A complicare ulteriormente il quadro c’è l’ambiente digitale. L’OMS Europa ha registrato un aumento dell’uso problematico dei social tra gli adolescenti, e questo dato va letto insieme agli effetti della pandemia, documentati da diverse review del 2024 e da studi del 2025 su The Lancet Regional Health – Europe. Molti ragazzi hanno costruito una parte decisiva della loro identità in anni segnati da isolamento, schermi e relazioni distorte. In questo contesto, l’odio online diventa un linguaggio immediatamente disponibile, un repertorio emotivo che offre risposte semplici a frustrazioni complesse.
Un elemento spesso ignorato riguarda l’impatto dei videogiochi violenti. Non si tratta di demonizzare un settore, ma di riconoscere ciò che la ricerca internazionale evidenzia da anni: l’esposizione ripetuta a contenuti violenti può ridurre la sensibilità all’aggressività, aumentare l’impulsività e normalizzare la risoluzione dei conflitti attraverso la forza. Non è un fattore determinante, ma è un fattore che pesa, soprattutto quando si combina con solitudine, fragilità emotiva e assenza educativa. Eppure, su questo tema si continua a sorvolare, come se fosse irrilevante.
A tutto ciò si aggiunge il meccanismo dell’imitazione. Lo studio del 2024 sui copycat mass shooters mostra che la violenza estrema può diffondersi come un modello, soprattutto quando viene raccontata, filmata, condivisa. È un contagio simbolico che rende il gesto estremo non solo pensabile, ma imitabile.
In questo scenario, la famiglia dovrebbe essere il primo presidio educativo. E invece, troppo spesso, è proprio qui che si apre la frattura più profonda. Molti genitori vivono condizioni di sofferenza emotiva, precarietà psicologica o stress tali da ridurre drasticamente la loro capacità di guidare i figli. Alcuni sono più fragili dei ragazzi stessi, incapaci di offrire limiti, ascolto, presenza.
A questo si aggiunge un fenomeno sempre più evidente: molti ragazzi – e le loro famiglie – sono concentrati quasi esclusivamente sulla rivendicazione di diritti, spesso non previsti o non pertinenti, mentre mostrano scarsa attenzione ai doveri, al rispetto delle regole e delle Istituzioni. Alcuni genitori, incapaci di far valere i propri diritti in altri contesti sociali, finiscono per sfogare frustrazioni e rabbia proprio dove è più semplice farlo: sulla scuola e sul personale scolastico, l’obiettivo più esposto e meno attrezzato a difendersi. Si sceglie il bersaglio più facile, anche quando non c’entra nulla, purché serva a coprire mancanze, insicurezze e fallimenti educativi.
È necessario dirlo con chiarezza: non si può delegare tutto alla scuola. Non si può chiedere agli insegnanti di essere psicologi, assistenti sociali, educatori familiari, mediatori culturali, criminologi e sensitivi. La scuola può fare molto, ma non può sostituire la famiglia (o risolvere i problemi della famiglia), né può essere colpevolizzata per problemi che affondano le radici in dinamiche sociali, culturali e affettive che la precedono.
La violenza giovanile non è un lampo improvviso: è il risultato di un ecosistema che la rende pensabile. E se vogliamo davvero affrontarla, dobbiamo guardare a quell’ecosistema nella sua interezza. La responsabilità degli adulti è enorme, e non può essere spostata su chi, ogni giorno, prova a tenere insieme classi sempre più complesse con strumenti sempre più limitati.
Non servono allarmi moralistici né cacce al colpevole. Serve un’assunzione collettiva di responsabilità: ricostruire legami, restituire autorevolezza agli adulti, educare alla complessità, proteggere gli spazi di crescita. Solo così potremo evitare che la violenza diventi, per i nostri ragazzi – che spesso non fanno altro che emulare i comportamenti dei genitori – l’unico mezzo per rispondere al disagio.
(Prof. Andrea Canonico)

