Tempo per restare – Vacanze, silenzio e il coraggio di stare soli

Gli orari, gli impegni, le scadenze e le responsabilità stabiliscono continuamente una direzione al nostro tempo. Anche quando siamo stanchi, sappiamo spesso che cosa ci aspetta e verso che cosa dobbiamo orientarci.

La vacanza interrompe, almeno per un periodo, questa struttura. Ci restituisce un tempo meno regolato, nel quale gli obblighi si fanno più lontani e siamo chiamati a scegliere maggiormente come stare nelle nostre giornate. Ed è proprio in questo spazio di libertà che può emergere qualcosa di importante: quando nessuno ci dice che cosa dobbiamo fare, verso che cosa ci orientiamo spontaneamente? Che cosa desideriamo davvero?

Oggi, tuttavia, siamo abituati a riempire anche questi spazi: Messaggi, notifiche, relazioni e contenuti ci costringono o permettono di evitare continuamente il silenzio. Ma non è soltanto una questione di abitudine o di distrazione. A volte siamo noi stessi a non voler rimanere soli con i nostri pensieri, perché fermarsi significa esporsi alle domande, alle inquietudini e alle responsabilità che portiamo dentro. È più semplice, talvolta, lasciarsi orientare da ciò che gli altri pensano, dicono o desiderano, piuttosto che assumersi il rischio di giudicare la realtà in prima persona.

Si potrebbe quindi dire che c’è un “bisogno di solitudine”? È importante fare attenzione alle parole che decidiamo di usare… Non tutta la solitudine è uguale. C’è una solitudine che si subisce, quando ci si sente esclusi, abbandonati o privi di relazioni significative, e c’è altresì la possibilità di scegliere, per un tempo, di stare soli, come in uno spazio di ascolto e di consapevolezza. È soprattutto questa seconda esperienza che può diventare una risorsa. Non si tratta di cercare la solitudine, ma di imparare a stare soli; non di allontanarsi dagli altri, ma di non avere sempre bisogno di fuggire da se stessi.

La psicologia di Donald W. Winnicott offre una prospettiva interessante per comprendere questa distinzione. La capacità di stare soli non coincide necessariamente con l’isolamento o con il rifiuto degli altri: è, piuttosto, la possibilità di rimanere in contatto con se stessi anche quando non si è continuamente sostenuti dalla presenza o dallo sguardo altrui. In questa prospettiva, imparare a stare soli non significa diventare autosufficienti, ma sviluppare una sufficiente libertà interiore per poter vivere le relazioni senza dipendere continuamente da esse per sentirsi esistere.

Forse una delle domande più urgenti del nostro tempo è allora molto semplice: sappiamo ancora stare soli?

Il pensiero di Paul Tillich aiuta a comprendere perché questa domanda sia così importante. La condizione umana è attraversata dall’angoscia, dalla consapevolezza della finitezza e dall’incertezza. Di fronte alle grandi domande dell’esistenza non possiamo sempre trovare risposte definitive. Possiamo, però, sviluppare il coraggio di essere.

Quando dobbiamo scegliere, cambiare direzione, affrontare una perdita o assumere una responsabilità, possiamo ascoltare i consigli degli altri, ma non possiamo delegare completamente la nostra esistenza. Possiamo essere accompagnati, sostenuti e amati, ma c’è un punto nel quale ciascuno è chiamato a stare davanti alla propria vita e a riconoscere ciò che desidera davvero.

È forse questo il significato più profondo della solitudine: non essere necessariamente senza qualcuno accanto, ma scoprire che esiste una parte della nostra esistenza che nessun altro può vivere al posto nostro. E proprio per questo, imparare a stare soli non significa imparare a fare a meno degli altri. Significa, piuttosto, diventare capaci di incontrarli senza utilizzarli per fuggire da noi stessi.

Antonio De Rosa

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Winnicott, D. W. (1958). The capacity to be alone. The International journal of psycho-analysis39, 416
  • Tillich, P. (1952). The courage to be. Yale University Press. New Haven.