Negli ultimi tempi, il mondo della scuola italiana ha vissuto sconcertanti episodi che hanno sollevato interrogativi profondi sulla relazione tra studenti (e le loro famiglie) e Docenti, sul ruolo educativo dell’Istituzione e sul confine tra libertà di espressione e rispetto, nonché tra “lettere aperte” e possibili reati di diffamazione.
Alcuni studenti, sostenuti dalle famiglie, hanno messo in discussione non solo i voti ricevuti, ma l’intero impianto valutativo. In alcuni casi si sono rifiutati di sostenere l’orale della maturità, motivando la scelta come gesto di protesta contro un sistema ritenuto troppo competitivo e privo di empatia. Eppure, pur rinunciando all’esame, hanno conseguito comunque il diploma grazie alla media dei crediti, suscitando anche qualche dubbio sulla validità del risultato, dal momento che proprio il colloquio – e non l’iter dei cinque anni – avrebbe dovuto valutare la “maturità” del candidato.
Al di là delle considerazioni sulla legittimità formale di questi gesti – e della necessità di cambiare la norma in modo che sia restituita importanza al colloquio (altrimenti, se il tutto si riduce a una somma di crediti, a cosa serve l’esame?) – e senza riferirsi specificamente agli ultimi e più virali episodi – ciò che preoccupa è il loro riverbero sociale: da esaminandi, alcuni studenti sembrano trasformarsi (non si capisce con quali competenze) in giudici pubblici dei Docenti; non chiedendo eventuali chiarimenti attraverso canali Istituzionali, ma tramite “lettere aperte” e comunicati diffusi sui social o sui giornali ed esternazioni sui gruppi WhatsApp.
Ed è qui che il dissenso rischia di degenerare e di sconfinare – a seconda dei casi – nelle ingiurie e nella diffamazione a mezzo stampa.
Perché quando le critiche si trasformano in attacchi personali, quando si sminuisce o si esprimono dubbi sulla professionalità di seri e qualificati professionisti, quando vengono lanciate accuse gravi senza contraddittorio né verifica, si entra – come detto – in situazioni che richiedono l’intervento di un Tribunale vero.
Inoltre, calunniare o diffamare un Docente non è solo un problema legale: è un atto che mina la fiducia, disgrega la comunità scolastica e colpisce la dignità professionale di chi ogni giorno si impegna per trasmettere sapere e valori, e che spesso è già mortificato da una paga da badanti e da tutele inadeguate.
Bisogna comprendere che il Docente non è il parafulmine di tutte le frustrazioni (coniugali, esistenziali, psicologiche) dei genitori e che anch’egli può ricorrere alla Legge per far valere i propri diritti e tutelare la propria immagine e la propria onorabilità.
Inoltre, non va trascurato il paradosso insito in questi gesti “di protesta”: da parte degli studenti (e spesso sotto la “regia occulta” delle loro famiglie) mentre si invoca empatia, si preferisce scegliere la gogna mediatica. Si chiedono rispetto e ascolto, ma si risponde con esposizioni pubbliche spesso aggressive, penalmente perseguibili e non supportate da prove.
Così facendo, si rischia di scambiare il confronto costruttivo con il linciaggio retorico. E il docente, da figura di riferimento, diventa bersaglio e vede sminuita la sua figura.
In questo clima, la scuola perde la sua funzione originaria: quella di luogo di crescita, di dialogo, di elaborazione del pensiero critico. Se invece si trasforma in un campo di battaglia ideologica, in un tribunale informale dove le posizioni si polarizzano, nessuno ne esce vincitore.
Vale dunque la pena chiedersi: quale cultura stiamo alimentando? Che idea di educazione vogliamo promuovere? Contestare è legittimo, ma deve avvenire nei modi e nei luoghi adeguati e – soprattutto – nel rispetto delle persone coinvolte e delle norme condivise.
La libertà di parola non può diventare licenza di offesa. Perché se non si riesce a distinguere tra critica e denigrazione, tra dissenso e aggressione, allora il patto educativo è destinato a spezzarsi, e si passa ai codici civile e penale.
(Prof. Andrea Canonico)


