Un’altra notte di violenza ha stravolto la movida napoletana, portando ancora una volta sotto i riflettori il volto cupo delle serate giovanili che – quando non alterate da strane sostanze – dovrebbero essere all’insegna del divertimento e che invece sempre più spesso degenerano in episodi di brutalità gratuita.
A Bagnoli (Na), nei pressi del lungomare, fuori da una discoteca, un ragazzo è stato aggredito brutalmente, pare per un semplice sguardo rivolto a una ragazza. Un gesto banale, un’occhiata forse involontaria, ha innescato un’escalation inquietante: prima le botte, poi la minaccia di usare un’arma, e infine, secondo i racconti, l’arma è davvero comparsa
Il tutto è documentato da un video girato da una testimone e inviato al deputato Francesco Emilio Borrelli, che ha subito denunciato l’episodio e rilanciato l’allarme sicurezza.
Le immagini parlano da sole: urla, colpi, panico. E quella voce che grida “Devo prendere la pistola” scuote più del resto. Sì, perché non è solo la brutalità dell’aggressione a lasciare sgomenti, ma la naturalezza con cui viene evocata – e forse impugnata – un’arma, nel bel mezzo di una lite fra giovani, per un motivo tanto futile.
Ma qui si apre un’altra riflessione, che va oltre la cronaca e tocca un nodo ancora più profondo e drammatico: sei fossimo stati la ragazza, non avremmo dovuto preoccuparci per la nostra futura condizione e perfino per la nostra futura incolumità?
Infatti, non si parla abbastanza del fatto che – parlando in generale e a prescindere dall’episodio specifico – la violenza non si manifesta soltanto contro il “rivale” di turno, ma rappresenta anche – e soprattutto – un segnale pericolosissimo per le ragazze stesse.
Se un ragazzo è capace di simili scatti d’ira solo per uno sguardo rivolto alla propria fidanzata, se minaccia di impugnare un’arma perché qualcuno ha semplicemente posato gli occhi su di lei, allora la vera domanda è: quanto può sentirsi al sicuro quella ragazza accanto a lui? E cosa accadrebbe se, un giorno, fosse lei a voler guardare altrove, o peggio ancora, a decidere di lasciarlo?
L’ossessione per il possesso, il bisogno di controllo e la gelosia trasformata in aggressione non sono mai gesti d’amore. Sono segnali di un’insicurezza tossica che può diventare pericolosa, talvolta mortale.
Troppo spesso, rapporti del genere si chiudono con un femminicidio, perché quel “non sei più mia” scatena la violenza repressa di uomini che non accettano il rifiuto. In questo contesto, l’episodio di Bagnoli non è solo un campanello d’allarme sulla sicurezza pubblica, ma anche un riflettore acceso sul rischio che corrono tante ragazze, ogni giorno, all’interno di relazioni dominate dalla paura più che dal rispetto.
“Studio, lavoro, e come tanti della mia età, ho voglia di divertirmi”, ha raccontato una giovane testimone. “Ma ogni uscita diventa un rischio. E se fossi stata io in mezzo a quella rissa? E se quell’arma fosse stata usata?”
Una domanda che, da sola, racconta tutta la fragilità del nostro tempo: la libertà delle donne continua a essere minacciata, persino nella semplice scelta di uscire, ballare, guardare qualcuno negli occhi.
Ma il punto è anche un altro: e se fossimo noi, al posto di quella ragazza? Se fossimo nei panni di chi, a fronte di uno sguardo esterno, vede esplodere il compagno in una furia cieca, fino a sfiorare il sangue? Davvero ci sentiremmo protette? Davvero potremmo sentirci al sicuro al suo fianco?
Non si tratta solo di cronaca, ma di un tema culturale radicato, che va affrontato prima ancora che con le forze dell’ordine, con un’educazione diversa ai sentimenti, all’identità, alla relazione. Non è più accettabile giustificare la gelosia come una forma di passione, né tanto meno considerare la possessività una dimostrazione d’amore. Perché l’amore non controlla, non picchia, non minaccia, non impugna armi.
Il deputato Borrelli ha chiesto un incontro urgente con il Prefetto per rafforzare la presenza delle forze dell’ordine nei luoghi della movida, a partire da Bagnoli. Una richiesta giusta, necessaria. Ma oltre al presidio delle strade, serve una protezione più profonda: quella che garantisce a ogni ragazza di non dover avere paura del proprio fidanzato. Perché quando un uomo scatta per uno sguardo rivolto a “lei”, il problema non è solo quello sguardo. Il problema è lui. E, spesso, le ragazze non hanno vie d’uscita se non quando è troppo tardi.
Di episodi come quello di Bagnoli se ne contano, purtroppo, molti e dovunque. A Milano, lo scorso anno, un giovane venne accoltellato fuori da un locale per aver “guardato male” la ragazza di un altro. A Palermo, stessa dinamica: uno sguardo, un insulto, poi la violenza esplosa come un copione già scritto. E ogni volta si parla della rissa, della vittima, del branco. Raramente si parla della ragazza al centro della scena: come se fosse un oggetto del contendere e non una persona.
Ma se davvero vogliamo fermare questa spirale, dobbiamo iniziare proprio da lì: riconoscere che quelle ragazze hanno il diritto di esistere, di guardare, di essere guardate, di scegliere – e anche di andarsene – senza il rischio di essere uccise per questo.

