Una Storia che non ci lascia mai dove ci ha trovati: l’effetto Nolan e il piacere della scoperta

Ci sono storie che non ci lasciano dove ci hanno trovati. Le incontriamo in un libro, in un film, in una voce che ce le racconta. Eppure, qualche volta, proprio quando pensiamo di averle conosciute, sentiamo che ci manca ancora qualcosa. Non sappiamo bene che cosa. Ma avvertiamo il desiderio di andare oltre.

È quello che sta accadendo in queste settimane con L’Odissea di Christopher Nolan. Il film ha riportato l’epica di Omero al centro dell’immaginario contemporaneo e, parallelamente al successo nelle sale, ha fatto registrare una crescita sorprendente dell’interesse per il poema. Nel Regno Unito, secondo i dati riportati dal Guardian, le vendite dell’Odissea sono aumentate del 1.400% dopo l’uscita del film; negli Stati Uniti l’incremento riportato è del 76%. Numeri che hanno già alimentato l’espressione “Effetto Nolan”.

Ma vedere una storia può significare, in qualche modo, non avere più bisogno di leggerla?  Da una parte il libro, luogo della concentrazione, della lentezza e dell’immaginazione personale; dall’altra il cinema, con la sua capacità di offrire immagini già costruite, volti, paesaggi, musiche, emozioni.

Che cosa spinge qualcuno, dopo aver visto una storia, a cercarla nuovamente nelle pagine?

Non è detto che sia semplice curiosità. La curiosità si può soddisfare con una risposta. Il desiderio, invece, ha bisogno di un cammino. È quello che accade a Ulisse.

Nella Commedia, Dante lo colloca tra le fiamme degli ultimi fraudolenti. Ma dentro quella fiamma c’è anche la forza di un desiderio che non gli permette di accontentarsi del mondo già conosciuto. Ulisse vuole oltrepassare i confini, vedere ciò che ancora non ha visto, conoscere ciò che si trova al di là dell’orizzonte.

È il desiderio che Dante mette sulle sue labbra quando, prima dell’ultimo viaggio, gli fa dire:

«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza».

(Inferno, XXVI, 118-120)

Un desiderio che, in forme molto più semplici e quotidiane, può portare un lettore verso un libro.

Perché vedere L’Odissea sullo schermo non significa necessariamente aver conosciuto l’Odissea. Può significare, al contrario, accorgersi che c’è ancora qualcosa da scoprire: Ma che cosa c’è davvero nell’Odissea? Quanto è diversa la storia che ho visto al cinema? Che cosa ha scelto Nolan di raccontare e che cosa, invece, è rimasto fuori?

Omero, per molti, è ancora legato ai banchi di scuola, alle pagine studiate, a un patrimonio che conosciamo senza averlo necessariamente incontrato. Un film può cambiare improvvisamente la distanza. Non ci si accontenta più di aver visto, si vuole incontrare.

Il fenomeno non riguarda soltanto Omero. La storia delle trasposizioni cinematografiche mostra più volte come lo schermo possa riaccendere l’interesse per le pagine da cui una storia è nata. È accaduto con Harry Potter, quando una saga già popolare ha trovato nel cinema un pubblico ancora più ampio. È accaduto con Dune, dove il ritorno sul grande schermo ha accompagnato una nuova stagione di interesse per i romanzi di Frank Herbert

Persino il caso italiano de Il Gattopardo di Luchino Visconti può essere letto in questa prospettiva, pur senza attribuire al film un incremento delle vendite del romanzo. Il film del 1963 e il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa sono diventati, nel tempo, quasi inseparabili nell’immaginario collettivo. Non è più semplice stabilire dove finisca la fama del libro e dove cominci quella del film: le due opere si sono alimentate reciprocamente, fino a diventare parte della stessa memoria culturale.

Perché il punto non è soltanto tornare al libro. È ciò che può accadere dopo.

Un libro può condurre a un altro libro. Una storia può aprire una domanda che non avevamo mai formulato. Omero può condurre alla mitologia, alla tragedia, a Virgilio. Ulisse può diventare una domanda sul viaggio, sul ritorno, sul desiderio di conoscere, persino sul prezzo che siamo disposti a pagare per oltrepassare i nostri confini.

Non è forse questo che ci tiene vivi davanti alle storie?

Non il bisogno di sapere tutto, ma la percezione che, anche dopo aver visto, ascoltato, letto, ci sia ancora qualcosa oltre.

Ulisse lo chiamava desiderio di conoscenza.

Dante lo ha consegnato a una fiamma.

Forse ogni lettore conosce, almeno una volta nella vita, qualcosa di quella stessa fiamma: il momento in cui una storia non finisce con l’ultima scena, ma ci spinge a cercare ciò che ancora non abbiamo incontrato.

Ed è forse allora che la nostra umanità si manifesta e si compie.

Non nel desiderare di vedere una storia.

Ma nel risveglio di un desiderio di conoscere ciò che ancora non conosciamo e che ci rimette in cammino.

Antonio De Rosa
Simone Cipolletta