Una libertà culturale per un giornalismo autentico. Il punto di vista di Paolo Matarazzo

Paolo Matarazzo, emblema del giornalismo serio in provincia di Avellino e oltre, sociologo di formazione, informa i lettori da circa cinquant’anni, adattandosi con maestria alle evoluzioni della cronaca e dei canali di comunicazione. È direttore del quotidiano online Il Ciriaco e del blog CUMPANE.

 

 

Com’è cambiata e come cambierà l’informazione? Prevede un futuro di che colore?

Ho l’impressione che gran parte o molta parte del giornalismo è un giornalismo al servizio di grossi apparati e ci sono coloro che, vedi il giornalismo d’inchiesta, rischiano la propria vita, perché gli apparati puniscono nel momento in cui si vanno a individuare delle contraddizioni, delle ruberie, degli interessi personali di arricchimento o di potere, ecco il giornalista viene attaccato in qualsiasi modo, raggiunto in qualsiasi modo. L’ epoca che stiamo vivendo a me non piace tanto: il giornalista di grande cultura sta sparendo.

Siamo sempre più giornalisti specializzati in qualcosa e non abbiamo, molto spesso, un impianto culturale di base. Pochi, secondo me, sono i giornalisti di grande  spessore.  Prima c’erano i grandi nomi, quelli capaci di appassionare, di commuovere, di farti anche arrabbiare ma sempre a ragion veduta. Prima si studiava molto l’articolo, il pezzo, oggi si studia la possibilità di utilizzare i social e vedere quante persone si raggiungono anche se la sostanza della comunicazione, molto spesso, è un pò arida o dopo poco viene subito consumata. Quindi, credo che bisogna fare un lavoro di cultura di base giornalistica molto molto più approfondito, più severo, più marcato rispetto ai tempi che viviamo, che richiedono tanta cultura sia in ambito classico che in ambito scientifico. I giornalisti di oggi non trasmettono questi impianti culturali forti. Per quanto si possa esprimere, per la gran parte di loro, un giudizio positivo, parlano di quella cosa e rimane lì, non c’è una visione, non c’è una prospettiva, se non quando si lancia la prospettiva sempre in funzione del padrone che si serve. Insomma, persone libere realmente se ne trovano, giornalisticamente parlando, poche, quelle che ci sono corrono seri rischi ed è questo invece il giornalismo di cui ha bisogno l’Italia, l’Europa.  L’Europa che era prima il cuore della cultura, oggi a me sembra che sia fagocitata da questi grossi regimi o tattici, che gestiscono l’informazione, che gestiscono la formazione.  E’ un mondo che giornalisticamente non mi piace molto.

Colori del futuro?  Stando a questo presente qui,  dove c’è una crescente distanza che si allarga sempre più tra ricchi e poveri,  il colore che vedo è il colore della ricchezza smodata, sempre più centrata da una parte, è il colore scuro, sempre più scuro, della miseria,  del dolore,  che ti incalza.  Vorrei tanto vedere il colore verde, un colore verde della speranza, in cui tutti ci ravvediamo e capiamo che siamo sulla stessa terra e che tutti dovremmo volere la felicità di tutti. Il colore che vedo nel futuro, che la mia fede mi fa vedere, è quello della speranza. Non voglio vedere altri colori, perché se vedo i colori di oggi, e li devo vedere, giornalisticamente parlando, soffrono un poco.

Ha intervistato tanta gente, chi vorrebbe intervistare?

Dico la verità: vorrei intervistare Putin e Trump. Vorrei chiedere loro come riescono a dormire, sapendo che tante persone muoiono, tanti innocenti muoiono. Vorrei potergli fare un’intervista e dire a questi grandi delle Terra: Come riuscite a dormire?

Penso ai bambini ed a qualsiasi vita innocente che viene uccisa: come si fa a dormire?

E vorrei ascoltare le loro risposte.

 Questo è il mio desiderio.

 Ma non vorrei citare solo Putin o Trump, ma tutti quelli che sembrano presi da un grandissimo delirio di onnipotenza, a discapito dei piccoli, vorrei sentire quelli che hanno tra le il destino del mondo e chiedere come si fa a dormire pensando all’ innocenza di tanti bambini.  Tanti bambini hanno la colpa di essere nati in un mondo di tanta umanità cattiva.

Prima o poi la vita finirà per tutti.

 

Antonella Prudente