Una nuova denuncia proveniente dal pronto soccorso del “San Giuseppe Moscati” di Avellino riporta l’attenzione sulle condizioni operative del reparto e sull’esperienza dei pazienti durante le fasi di attesa.
A segnalare l’episodio è la figlia di una donna di 74 anni, che ha descritto quanto accaduto alla madre dopo l’arrivo in ospedale, contribuendo ad alimentare il dibattito pubblico sull’organizzazione dell’assistenza nei casi che coinvolgono persone anziane o con fragilità.
Secondo quanto riferito dalla donna, la madre sarebbe rimasta per ore su una barella dopo una caduta domestica, con una sospetta lesione al femore e una protesi all’anca che rendeva ogni movimento impossibile. La paziente, immobilizzata su una tavola spinale, avrebbe atteso a lungo prima di essere visitata, in un reparto già noto per sovraffollamento, carenza di personale e tempi di attesa estenuanti.
Il punto di rottura sarebbe arrivato quando l’anziana, stremata dal dolore, ha chiesto di poter urinare. La figlia racconta di aver sollecitato più volte l’intervento di un infermiere, ricevendo come risposta che “c’erano emergenze”. Fin qui, una scena purtroppo comune nei pronto soccorso italiani. Ma ciò che ha indignato la famiglia è quanto sarebbe accaduto subito dopo: alcuni operatori avrebbero pronunciato frasi ritenute offensive, insinuando che, se la donna non riusciva a muoversi, “poteva farsela addosso”.
Una frase che, se confermata, rappresenterebbe un grave scivolone professionale e umano. La figlia, operatrice sociosanitaria, sostiene di aver mantenuto la calma per ore, osservando la situazione del reparto e valutando che non vi fossero emergenze tali da giustificare un’attesa così lunga. Alla fine ha deciso di chiamare la polizia, che è intervenuta per raccogliere la segnalazione.
Solo dopo l’arrivo degli agenti, riferisce la donna, alla paziente sarebbe stato applicato un catetere e sarebbe iniziato il percorso di presa in carico. La figlia ha annunciato l’intenzione di procedere legalmente, convinta che quanto accaduto non debba ripetersi.
Il caso non è isolato. Negli ultimi mesi, diverse segnalazioni hanno riguardato il pronto soccorso del Moscati: pazienti costretti ad attendere anche 12 ore, barelle nei corridoi, familiari esasperati, personale sotto pressione. Situazioni analoghe sono state riportate anche da altre testate locali, che hanno documentato proteste e richieste di intervento da parte dei cittadini. In alcuni casi, associazioni di tutela dei diritti dei malati hanno chiesto verifiche ispettive, denunciando condizioni “non più sostenibili”.
La direzione sanitaria, in passato, ha attribuito i disservizi alla cronica carenza di personale e all’aumento degli accessi, soprattutto nelle fasce più fragili della popolazione. Ma per i cittadini, che si trovano a vivere sulla propria pelle queste criticità, le spiegazioni non bastano più. La percezione diffusa è quella di un sistema che fatica a garantire dignità, ascolto e tempi adeguati, soprattutto agli anziani e ai pazienti non autosufficienti.
La vicenda della 74enne di Avellino, al di là delle responsabilità che saranno accertate, diventa così il simbolo di un disagio più ampio: quello di chi, nel momento del bisogno, si ritrova a fare i conti non solo con il dolore, ma anche con un’organizzazione che sembra non riuscire a reggere il peso delle emergenze quotidiane.
Resta ora da capire se l’ospedale avvierà verifiche interne e se le autorità competenti riterranno necessario approfondire l’accaduto. Nel frattempo, la storia continua a circolare sui social e nelle redazioni locali, alimentando un dibattito che tocca un nervo scoperto: il diritto a un’assistenza rispettosa, tempestiva e umana, che troppo spesso sembra trasformarsi in un percorso a ostacoli per chi non ha voce.

