Bilancio annuale: l’Italia si svuota; perché i giovani scappano e nessuno prova a fermarli.


C’è un punto in cui un Paese smette di essere in crisi e comincia semplicemente a svuotarsi. L’Italia ci è arrivata in silenzio, mentre i governanti che si sono alternati negli ultimi decenni continuano a sventolare grafici e slogan come se bastasse un comunicato stampa per invertire la rotta. La verità è che i nuovi occupati sono quasi tutti over 50, come se il mercato del lavoro fosse diventato un reparto geriatrico che assume solo chi ha già un piede nella pensione. I giovani, quelli che dovrebbero essere il motore del futuro, sono ridotti a nota a margine, a statistica ornamentale.

Il movimento reale, quello che non si vede nei talk show, è un altro: 156 mila under 40 che in un solo anno hanno lasciato il Paese, e soprattutto il fatto che non tornano più. Non è un Erasmus prolungato, è un addio. L’AIRE registra oltre 6,3 milioni di italiani stabilmente all’estero, una città parallela che cresce mentre quella reale si svuota. Negli ultimi dieci anni abbiamo perso in media 56 mila giovani l’anno: se fosse un’azienda, diremmo che è tecnicamente fallita. Ma siccome è un Paese, ci limitiamo a cambiare canale.

La retorica della “fuga dei cervelli” è ormai patetica. Non stiamo perdendo solo i cervelli: stiamo perdendo tutto ciò che ha un futuro, laureati, diplomati, tecnici, artigiani. Chiunque abbia un minimo di ambizione capisce che qui non c’è spazio. La quota di laureati emigrati è quasi triplicata, ma non sono solo loro: anche chi non ha un titolo accademico scappa perché la precarietà italiana non è più una fase, è una condanna.

E c’è un dettaglio che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce: l’Italia invecchia non solo perché i giovani non hanno sicurezza, servizi, salari e prospettive, ma anche perché quelli che se ne vanno non portano via solo le loro competenze. Portano via il loro futuro biologico. È all’estero che molti di loro mettono su famiglia, fanno figli, costruiscono radici, e una volta che quelle radici attecchiscono, non tornano più. È una sottrazione demografica doppia: perdiamo i giovani oggi e perdiamo i loro figli domani. Mentre qui discutiamo di natalità come se bastasse un bonus una tantum, le nuove generazioni italiane nascono a Berlino, a Basilea, a Barcellona, a Londra, a Melbourne, e crescono in Paesi che offrono ciò che noi abbiamo smesso di garantire.

Non siamo un Paese povero, siamo un Paese che si sta impoverendo. L’ISTAT parla di 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, e un altro 10% in povertà relativa. È lì che nasce il desiderio di partire: non per fame, ma per non essere presi in giro. Per non dover ringraziare un datore di lavoro che paga 900 euro al mese come se stesse facendo beneficenza.

E mentre tutto questo accade, la geografia dell’esodo si allarga. Non è più solo il Sud a svuotarsi, anche se il Mezzogiorno continua a pagare un prezzo feroce. Ma se si guarda davvero la mappa, si scopre che le aree interne sono il vero cimitero demografico del Paese, soprattutto in Campania. L’Irpinia, il Sannio, l’Alta Valle del Calore sono diventati laboratori del declino: meno servizi, meno lavoro, meno giovani, meno natalità. Secondo SVIMEZ, oltre il 60% dei comuni campani interni ha perso popolazione nell’ultimo decennio. Le scuole chiudono, gli ospedali arretrano, i trasporti spariscono. È un’Italia che non protesta perché non c’è più nessuno rimasto per protestare.

Intanto, i Paesi che accolgono i nostri giovani non offrono paradisi, ma normalità. In Germania, Spagna e Regno Unito gli stipendi d’ingresso sono più alti del 30-40%. In Australia, la paga oraria supera i 25 dollari. Non è un sogno, è semplicemente un mercato del lavoro che non tratta i giovani come carne da tirocinio.

In questo clima di smarrimento, torna perfino alla mente la “profezia” attribuita a Gustavo Adolfo Rol, il mistico torinese del Novecento. secondo cuoi nel 2050 gli stranieri “di colore” supererebbero i nativi italiani. Cambiamento demografico dovuto non solo alle immigrazioni ma anche alle emigrazioni.

La politica, nel frattempo, continua a comportarsi come se tutto questo fosse un rumore di fondo. Le manovre economiche si riducono a bonus cosmetici, mancette, pannicelli caldi. Non esiste una strategia per trattenere i giovani, né per riportare quelli che se ne sono andati. E soprattutto non esiste una visione per le aree interne, trattate come un dettaglio geografico e non come una parte essenziale della Repubblica.

Il patriottismo, quando incontra la precarietà, evapora. Non perché gli italiani non amino la propria terra, ma perché un Paese che non investe sui suoi giovani non merita la loro fedeltà. E quando la classe dirigente è la più “benestante” nonché la più anziana d’Europa, con oltre il 60% dei ruoli apicali occupati da over 50, il messaggio è chiaro: il futuro può aspettare, purché il presente resti gattopardescamente com’è.

Ma il futuro non aspetta. E se l’Italia non cambia rotta, non sarà un crollo improvviso a travolgerla, ma una lenta, inesorabile evaporazione. Le città diventeranno parcheggi di lavoratori anziani, mentre i borghi dell’interno — dalla Campania all’Abruzzo, dalla Basilicata al Friuli — si trasformeranno in musei del rimpianto.

La domanda non è perché i giovani se ne vadano. La domanda vera, brutale, inevitabile è un’altra: perché dovrebbero restare? Finché non sapremo rispondere a questa, tutto il resto è propaganda.


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