Ecco come le agromafie controllano supermercati, ristoranti, aziende orticole e stalle: l’altra faccia del comparto agrozootecnico campano


In Campania, la criminalità organizzata ha rafforzato la propria influenza sul settore agroalimentare, trasformandolo in un canale privilegiato per accumulare profitti e riciclare denaro. È quanto emerge dall’ultimo rapporto Agromafie, elaborato da Eurispes e Coldiretti, che colloca la provincia di Salerno tra le aree a più alta densità di reati nel comparto. Le indagini delle autorità hanno svelato gravi irregolarità nella filiera di trasformazione del pomodoro e nella commercializzazione di carni suine, dimostrando come interi segmenti del sistema agroindustriale possano finire sotto il controllo di reti criminali ben organizzate.

Uno dei casi più emblematici riguarda la vendita, su scala nazionale, di conserve di pomodoro provenienti dall’Egitto, spacciate per italiane tramite etichette contraffatte. Le analisi hanno rilevato la presenza di pesticidi oltre i limiti consentiti, rendendo i prodotti potenzialmente pericolosi per la salute pubblica. Un esempio tra tanti, ma indicativo di come la frode alimentare non sia solo una questione economica, bensì una minaccia concreta alla sicurezza dei consumatori.

Nel settore carni, invece, sono stati individuati stabilimenti che commercializzavano prodotti etichettati come “made in Italy” ma provenienti da circuiti esteri non tracciabili. In alcuni casi, le carni erano anche stoccate in condizioni igienico-sanitarie non conformi. Il danno, in questi casi, è triplice: al consumatore, all’economia legale e al produttore onesto che si trova a competere con prezzi slealmente ribassati.

A queste frodi si affianca un fenomeno altrettanto grave: lo sfruttamento della manodopera agricola. Le stesse indagini hanno rivelato la presenza diffusa di caporalato, una pratica che, sotto la regia di soggetti spesso legati alla criminalità organizzata, impone ai lavoratori turni massacranti, compensi irrisori e condizioni di vita degradanti. Per esempio, nella Piana del Sele, braccianti impiegati nella raccolta venivano trasportati in furgoni fatiscenti, con turni fino a 14 ore giornaliere e salari inferiori a 30 euro al giorno.

Anche le altre province campane mostrano un’elevata esposizione alle agromafie. Nel casertano, la criminalità ha messo le mani sull’allevamento di bufalini, settore strategico per la produzione della mozzarella di bufala campana DOP. Le autorità hanno riscontrato, per esempio, casi di stalle fittizie utilizzate per accedere a contributi europei, oppure bufale alimentate con mangimi non conformi, al fine di abbattere i costi di produzione.

A Napoli, l’attenzione si concentra su una rete economica sommersa che coinvolge panifici, supermercati e il commercio di prodotti caseari. Lì, le indagini hanno messo in luce, per esempio, l’esistenza di punti vendita riconducibili a prestanome legati a clan camorristici, dove si vendevano prodotti alimentari contraffatti o alterati. Una delle operazioni più note ha portato alla chiusura di un opificio clandestino che produceva olio d’oliva contraffatto, imbottigliato con etichette fittizie di note aziende italiane.

Il fenomeno non si limita alla produzione e distribuzione. La ristorazione è diventata un canale strategico per il riciclaggio di capitali illeciti, soprattutto fuori regione. A Roma, le autorità hanno documentato l’acquisto, da parte di soggetti legati alla criminalità campana, di ristoranti e locali nel centro storico. In alcuni casi, questi esercizi fungevano da copertura per transazioni fittizie e impieghi in nero, aggirando il fisco e alimentando un’economia parallela.

Di fronte a uno scenario tanto complesso, lo Stato ha iniziato a rafforzare gli strumenti normativi per il contrasto alle agromafie. La cosiddetta “Legge Caselli”, proposta per introdurre nel codice penale una nuova categoria di reati contro il patrimonio agroalimentare, mira a colmare le attuali lacune giuridiche e a colpire in modo più mirato le organizzazioni che operano nel settore. Accanto a questa riforma, è stato varato un disegno di legge che inasprisce le sanzioni per le violazioni nel comparto agricolo e ittico, riconoscendo l’urgenza di una risposta normativa adeguata alla sofisticazione del crimine agroalimentare.

Durante la presentazione dell’VIII Rapporto Agromafie, è stato consegnato un ramoscello dell’Albero di Falcone da piantare in un terreno confiscato al clan dei Casalesi: un gesto dal forte valore simbolico che richiama la necessità di restituire legalità e dignità ai luoghi contaminati dalle mafie. L’iniziativa, promossa da Coldiretti insieme a Carabinieri e Rotary, rappresenta un messaggio chiaro: anche nei territori più compromessi, è possibile ricostruire su basi legali e trasparenti.

Il peso economico delle agromafie, stimato in oltre 25 miliardi di euro, rende evidente che non si tratta più di episodi sporadici, ma di un sistema radicato che si alimenta dell’assenza di controlli e della debolezza delle filiere produttive. Contrastarlo non è solo una questione di ordine pubblico, ma una battaglia per la salute dei cittadini, la tutela della concorrenza leale e la difesa di un patrimonio agroalimentare che rappresenta uno dei cardini dell’identità italiana.