L’Ospedaletto di Santa Filomena: La rivoluzione assistenziale e clinica di Giulia di Barolo nella Torino dell’Ottocento

Un voto per gli ultimi: Come il pellegrinaggio a Mugnano cambiò la carità di Giulia di Barolo

Immagini, testo e link di FELICE D’APOLITO

1. Storia di Giulia di Barolo
Nata in Francia nel 1786 dalla nobile famiglia dei Colbert (discendenti dal ministro di Luigi XIV), Juliette scampò alle tragedie della Rivoluzione Francese. Nel 1806 sposò a Parigi il marchese torinese Carlo Tancredi Falletti di Barolo. Il loro fu un matrimonio basato su un amore immenso e su una profonda fede condivisa. [1]

La storia del vino Barolo comincia nei primi decenni dell’Ottocento grazie al matrimonio tra l’ultimo marchese di Barolo, Carlo Tancredi Falletti, e la nobildonna francese Juliette Colbert di Maulévrier (nota come Giulia di Barolo). [1, 2, 3]
La rivoluzione del vino: Fu proprio la marchesa Juliette a intuire il potenziale delle uve Nebbiolo coltivate nelle Langhe. Con l’aiuto di enologi esperti, trasformò quello che all’epoca era un vino dolce e frizzante in un grande rosso secco, austero e strutturato, sul modello dei grandi vini francesi. [1, 2, 3]
Il vino dei Re: La marchesa fece innamorare del suo vino il re Carlo Alberto di Savoia (al quale donò celebremente 300 botti da trasporto, le “carrà”), rendendo il Barolo il vino ufficiale della corte reale e, in seguito, del Risorgimento. [1, 2, 3, 4]
La fine della dinastia: Con la scomparsa di Juliette nel 1864, la dinastia dei Falletti si estinse e le proprietà passarono all’Opera Pia Barolo, l’ente benefico da lei fondato. [1, 2]

Non potendo avere figli, i coniugi decisero di “adottare i poveri di Torino“, trasformando Palazzo Barolo in un rifugio per bisognosi. Giulia fu una pioniera assoluta: [1, 2]
• Diventò la prima donna Sovraintendente delle carceri femminili, riformando il sistema carcerario piemontese e restituendo dignità alle detenute. [1, 2, 3]
• Insieme al marito fondò scuole, asili e istituti religiosi. [1, 2]
• Dopo la morte del marito nel 1838, continuò l’opera da sola, gestendo anche le vigne di famiglia e codificando la nascita del moderno vino Barolo.
• Alla sua morte (1864), lasciò tutto il patrimonio all’Opera Pia Barolo, tuttora attiva. Nel 2015 è stata dichiarata Venerabile. [1, 2]


2. Il Viaggio da Napoli a Mugnano del Cardinale
Nella prima metà dell’Ottocento, il culto di Santa Filomena (vergine e martire romana i cui resti erano stati traslati nel Santuario di Mugnano del Cardinale nel 1805) conobbe una popolarità travolgente in tutta Europa. [1, 2]
Durante un soggiorno a Napoli, la Marchesa Giulia decise di intraprendere un pellegrinaggio verso Mugnano, un viaggio di circa 40 chilometri verso l’entroterra irpino. Ad accompagnarla c’era il suo fidato segretario e consigliere, lo scrittore Silvio Pellico. [1, 2]
Il viaggio dell’epoca, compiuto in carrozza lungo strade non facili, fu una vera e propria ascesi spirituale. Nelle cronache del tempo si racconta che la Marchesa giunse al cospetto delle spoglie della Santa mossa da una profonda e dolorosa intenzione: dare un futuro alle tantissime bambine malate, disabili e deformi che incontrava e soccorreva nelle periferie e che la società del tempo considerava “un peso”. In ginocchio davanti alla tomba di Santa Filomena, la Marchesa fece un voto solenne: se la Santa le avesse concesso la grazia e l’ispirazione, lei avrebbe costruito a Torino un luogo interamente dedicato alla cura e al riscatto di quelle bambine.


3. Le Opere dedicate a Santa Filomena
Tornata a Torino, Giulia di Barolo diede immediatamente seguito alla promessa fatta a Mugnano, avviando una serie di strutture innovative per l’epoca:
L’Ospedaletto di Santa Filomena (1844-1845): Fu il primo ospedale d’Europa specificamente progettato per accogliere e curare bambine disabili, malformate o affette da rachitismo (tra i 3 e i 12 anni). La Marchesa non voleva un semplice ospizio, ma un luogo di cura d’avanguardia. Per la direzione spirituale e l’animazione di questa opera, la Marchesa coinvolse inizialmente un giovane e promettente sacerdote: Don Bosco. Le cure pratiche furono affidate alle Suore di San Giuseppe.
Il Laboratorio di Santa Filomena: Annesso all’ospedale, era una vera e propria scuola professionale. La Marchesa capì che le bambine, una volta guarite o cresciute, avevano bisogno di indipendenza economica per non finire in mezzo alla strada. Nel laboratorio imparavano la tessitura, il ricamo, la sartoria e altri lavori artigianali che permettevano loro di guadagnarsi da vivere dignitosamente.
L’inclusione nell’Opera Pia Barolo: Tutte le strutture collegate al voto di Mugnano vennero blindate giuridicamente all’interno dell’Ente Opera Pia Barolo, garantendo che i fondi della famiglia Barolo continuassero a finanziare l’assistenza alle bambine disabili e l’istruzione femminile anche dopo la morte della Marchesa. [1, 2]


L’Ospedaletto di Santa Filomena: tecniche mediche d’avanguardia
L’Ospedaletto non era un semplice ricovero per malati cronici o un ospizio in cui abbandonare le bambine deformi. La Marchesa Giulia concepì la struttura con un approccio clinico e riabilitativo modernissimo per la metà dell’Ottocento, incentrato su tre pilastri:
Nutrizione mirata ed igiene: Molte malformazioni ossee e il rachitismo dilagante tra le bambine povere dell’epoca derivavano dalla malnutrizione estrema e dalla vita in scantinati bui e umidi. L’Ospedaletto garantiva alle piccole una dieta ricca di nutrienti, aria pulita, luce solare diretta e rigide norme igieniche, che all’epoca rappresentavano già una formidabile terapia per arginare il deperimento organico.
Fisioterapia preventiva e ortopedia: Vennero introdotti i primi rudimentali ma efficaci esercizi di ginnastica correttiva e terapie fisiche per stimolare la muscolatura delle bambine paralizzate o con gravi scoliosi, un’assoluta novità medica per il tempo in ambito assistenziale gratuito.
Terapia occupazionale e psicologica: La Marchesa capì che la guarigione fisica doveva andare di pari passo con la dignità mentale. L’inserimento graduale nel Laboratorio di Santa Filomena, dove imparavano a tessere e ricamare, fungeva sia da riabilitazione motoria per le mani e le braccia, sia da terapia psicologica: le bambine smettevano di considerarsi un “peso inutile” e scoprivano di poter produrre bellezza e valore con il proprio lavoro.

(di Felice D’Apolito)