Gli aumenti registrati nelle ultime ore su benzina e gasolio hanno provocato un’ondata di indignazione tra i cittadini, che li giudicano ingiustificati, esagerati e, soprattutto, sospetti. I dati ufficiali parlano chiaro: secondo le rilevazioni riportate da Il Sole 24 Ore, la benzina self service è salita a 1,693 €/l, mentre il gasolio ha raggiunto 1,753 €/l . In autostrada, come documentato da HDMotori, il gasolio ha addirittura superato la soglia psicologica dei 2,5 €/l, toccando livelli che non si vedevano da anni . E in alcune regioni, come la Calabria, i prezzi medi hanno sfiorato 1,884 €/l per il gasolio e 1,777 €/l per la benzina .
Tutto questo mentre il Brent, nelle stesse ore, si muoveva in un intervallo relativamente contenuto. È proprio questo scollamento tra prezzo internazionale e prezzo alla pompa che alimenta la percezione diffusa che qualcosa non torni. Lo ha sottolineato anche The Social Post, osservando che il carburante venduto oggi “non è stato raffinato con il petrolio acquistato ieri”, e che quindi la rapidità dei rincari appare difficilmente spiegabile con la sola dinamica delle quotazioni internazionali .
Negli ultimi anni questo schema si è ripetuto con una regolarità inquietante. Durante la pandemia, dopo l’invasione dell’Ucraina, durante la crisi del Mar Rosso e ora con le tensioni nel Golfo Persico, i prezzi dell’energia hanno reagito in modo sproporzionato rispetto agli shock reali. Non è un’opinione isolata: l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha scritto nel Gas Market Report che “la volatilità dei prezzi del gas in Europa è stata amplificata da dinamiche speculative nei mercati dei future, che hanno contribuito a distorcere il segnale di prezzo rispetto ai fondamentali”. Una posizione ribadita dal direttore esecutivo della stessa IEA, Fatih Birol, secondo cui “non c’è una reale scarsità fisica di petrolio sul mercato globale: i prezzi riflettono soprattutto la percezione del rischio e la speculazione”.
Anche il premio Nobel Joseph Stiglitz ha denunciato che “i prezzi del petrolio sono stati spinti verso l’alto da una massiccia speculazione finanziaria, non da una reale carenza”, mentre Paul Krugman ha ricordato che “i mercati delle commodity sono vulnerabili a bolle speculative che possono far salire i prezzi ben oltre ciò che domanda e offerta giustificherebbero”. Sono voci autorevoli che convergono su un punto: la speculazione è diventata un fattore strutturale nella formazione dei prezzi energetici.
Un ruolo cruciale lo giocano anche le assicurazioni marittime delle petroliere, un settore che in tempi di tensione internazionale può diventare un moltiplicatore dei costi. Lloyd’s List Intelligence ha documentato che, durante le crisi nello Stretto di Hormuz, i premi per il rischio bellico sono aumentati fino al 400%, incidendo direttamente sui costi di trasporto. Il Wall Street Journal ha riportato che in alcune fasi migliaia di navi sono rimaste ferme in attesa di condizioni assicurative più favorevoli. Quando il trasporto diventa più costoso, il prezzo finale dell’energia aumenta, anche senza una reale scarsità di petrolio o gas.
In Italia, le associazioni dei gestori – Faib, Fegica e Figisc – hanno dichiarato che gli aumenti attuali sono “del tutto ingiustificati”, mentre Federconsumatori ha lanciato l’allarme sulle ricadute immediate su trasporti e bollette. Non a caso il Governo ha riattivato il Garante per la sorveglianza dei prezzi, il cosiddetto “Mister Prezzi”, proprio per verificare l’ipotesi di distorsioni di mercato, come riportato da Il Sole 24 Ore .
Il punto centrale, che sempre più osservatori condividono, è che la finanza reagisce più della fisica. Prima ancora che si verifichi un’interruzione delle forniture, i mercati prezzano scenari futuri, spesso peggiori di quelli reali, e questo meccanismo si traduce in aumenti immediati per i consumatori. È un sistema che, pur operando entro i confini della legalità, può produrre effetti economici devastanti: perdita di potere d’acquisto, chiusura di imprese energivore, aumento del debito pubblico per compensare i rincari, impoverimento diffuso.
Già nel 1936 John Maynard Keynes avvertiva che “la situazione è seria se le imprese diventano una bolla sospesa sopra un vortice di speculazioni”. Oggi quella frase sembra descrivere perfettamente un mercato in cui la percezione del rischio vale più del rischio reale, e in cui ogni crisi internazionale diventa un’occasione di profitto per chi opera nei mercati finanziari. Come ha scritto Zygmunt Bauman, “la paura è diventata una merce. E come ogni merce, qualcuno la produce e qualcuno ci guadagna”.
Gli aumenti di queste ore non sono un episodio isolato: sono l’ennesimo segnale di un sistema che, in assenza di regole più robuste, rischia di trasformare ogni crisi internazionale in un’occasione di arricchimento per pochi e di impoverimento per molti. È per questo che sempre più voci sostengono che la speculazione finanziaria, quando non adeguatamente regolata, può produrre danni paragonabili a quelli di un conflitto armato: non perché distrugga infrastrutture, ma perché erode lentamente il cuore dell’economia reale. Gli Stati dovrebbero dotarsi di mezzi (legislativi e finanziari) capaci di contrastare le spinte speculative e destabilizzanti che si presentano nei contesti di crisi geopolitiche.
(C.I.)

