La discussione sulla nascita di una possibile “Città del Baianese”, o come qualcuno ha proposto, di una “Vallejanus”, torna ciclicamente a riaffiorare, e ogni volta riapre una ferita identitaria che nel Mandamento non si è mai davvero rimarginata. È un tema che divide, perché tocca corde profonde: il senso di appartenenza, la memoria collettiva, la paura di essere assorbiti da un’entità più grande che potrebbe non riconoscere più le sfumature dei singoli paesi. Non è un caso che se ne parli “dopo 25 anni” come di un progetto che non ha mai trovato un consenso pieno, proprio perché percepito come potenzialmente sbilanciato a favore dei centri più forti .
Chi si oppone alla fusione lo fa partendo da un timore molto concreto: che i piccoli comuni – Sirignano, Quadrelle, Sperone – finiscano per essere marginalizzati. In realtà, la preoccupazione non riguarda solo i centri minori: anche Baiano e Mugnano del Cardinale temono di essere oscurati da Avella, che per estensione territoriale, patrimonio archeologico e peso simbolico rischierebbe di diventare il baricentro della nuova entità. Eppure Mugnano, come ricordano spesso i suoi cittadini, ha una storia recente ma intensa, fatta di connessioni religiose e culturali – Santa Filomena, Montevergine, San Pietro a Cesarano, il suo antico ginnasio – che non può essere relegata a nota a margine.
Il punto è che l’ipotetica fusione, per molti, non sarebbe solo un’operazione amministrativa: sarebbe un radicale cambiamento di pelle. E quando si cambia pelle, si teme di perdere qualcosa. Non è un sentimento isolato: in tutta Italia, i processi di accorpamento tra comuni hanno incontrato resistenze simili. Le norme che regolano le fusioni – previste dal Testo Unico degli Enti Locali e subordinate al parere delle popolazioni interessate – nascono proprio per evitare che un territorio venga trasformato senza consenso . Eppure, nonostante incentivi economici e promesse di efficienza, negli ultimi anni i referendum per la fusione sono spesso falliti: nel 2024, ad esempio, non è stata approvata alcuna fusione, segno di una diffusa paura di perdere identità e rappresentanza . In molti casi, come riportato da diverse analisi, i cittadini hanno espresso apertamente il timore che un comune più grande significhi un’amministrazione più distante, meno attenta alle esigenze quotidiane delle comunità locali.
È proprio questo il nodo: la distanza. Perché un conto è immaginare una città unita sulla carta, un altro è garantire che ogni frazione, ogni rione, ogni tradizione continui a sentirsi riconosciuta. Alcune regioni italiane hanno cercato di risolvere il problema istituendo municipi interni al nuovo comune, dotati di autonomia su servizi di prossimità e con rappresentanti eletti direttamente dai cittadini. È una possibilità prevista dalla legge e spesso indicata come strumento per evitare che le identità locali vengano assorbite o annacquate . Ma perché funzioni davvero, serve uno statuto chiaro, vincolante, che non lasci spazio a interpretazioni successive.
Il Baianese, con la sua storia di micro-identità forti e orgogliose, non può permettersi un salto nel buio. Chi teme la fusione non è contrario per principio: teme che un progetto nato per unire finisca per dividere ancora di più, creando cittadini di serie A e di serie B. Eppure, proprio questa complessità potrebbe diventare una ricchezza, se affrontata con coraggio e trasparenza. Una “Città del Baianese” potrebbe esistere senza cancellare nessuno, ma solo se costruita su un patto chiaro: nessun paese deve perdere voce, nessuna storia deve essere messa in ombra, nessuna comunità deve sentirsi sacrificata.
Forse la domanda da porsi non è se creare o meno Vallejanus, ma come immaginare un modello che garantisca davvero equilibrio, rappresentanza e tutela delle identità. Ti interessa esplorare come potrebbe essere scritto uno statuto che assicuri queste garanzie in modo concreto?


