Giornata Mondiale contro la Corruzione: come mai in Italia i più ricchi sono anche i più corrotti, e viceversa?


Ogni anno, quando arriva la Giornata Mondiale contro la Corruzione, l’Italia si presenta all’appuntamento come uno studente che sa già di non aver studiato: sguardo basso, sorriso tirato e la speranza che il professore non faccia troppe domande. E invece le domande arrivano, puntuali, insieme alle classifiche internazionali che ci ricordano che siamo ancora ben lontani dai Paesi virtuosi e più vicini a quelli che considerano la trasparenza un optional, tipo il caricabatterie nei nuovi smartphone.
Più precisamente, in una classifica in cui il primo è il più corrotto, si trova al 129 posto su 180. Cioè 129 Paesi sono più corrotti dell’Italia e l’Italia è più corrotta dei rimanenti 51 Paesi.

La parte tragicomica è che i protagonisti di questo teatrino non sono poveri cristi in difficoltà, ma spesso individui che vivono già in un habitat di stipendi stellari, benefit da sceicchi e privilegi che un comune mortale potrebbe solo osservare da lontano, come un turista davanti a una vetrina di gioielli. Eppure, nonostante ciò, i più corrotti sono proprio quelli che non avrebbero alcun bisogno di soldi, perché generalmente si tratta di politici o di manager o personaggi che godono già di corposi stipendi e di tutta una serie di benefit.
È come se un miliardario rubasse le monetine dal piattino delle mance: non per necessità, ma per sport, per abitudine, per quel brivido da “vediamo fin dove posso spingermi” o per soddisfare vizi e insicurezze.

Questa ingordigia istituzionalizzata è un freno a mano tirato sullo sviluppo del Paese. Mentre altrove si premia il merito, qui spesso si premia la fedeltà al sistema, la capacità di “stare nel giro”, di conoscere la persona giusta che conosce la persona giusta che conosce la persona che decide. E così la meritocrazia diventa un concetto astratto, una sorta di creatura mitologica che tutti nominano ma che nessuno ha mai visto davvero. Nel frattempo, chi prova a emergere con competenza e impegno si ritrova a competere con chi avanza grazie a pacchetti di voti di dubbia provenienza, che ovviamente non sono mai un regalo: sono un investimento. E come ogni investimento, prima o poi va “restituito il favore”.

Il risultato è un Paese che corre con una zavorra legata alla caviglia. Ogni atto corruttivo è un sassolino, e noi ne abbiamo talmente tanti nelle scarpe che ormai camminiamo come se stessimo facendo penitenza. E mentre i corrotti continuano a ingrassare — non nel portafoglio, ma nell’arroganza — i cittadini assistono a uno spettacolo che oscilla tra la farsa e il dramma. Perché la corruzione non è solo un reato: è un messaggio. E il messaggio è chiaro: chi ha già tutto vuole anche il resto.

La Giornata Mondiale contro la Corruzione dovrebbe essere un momento di riflessione, ma rischia di diventare un rito stanco, una ricorrenza come il “giorno del risparmio energetico” celebrato da chi tiene accese tutte le luci di casa. Eppure, basterebbe poco per cambiare rotta: riconoscere che la corruzione non è un destino, ma una scelta. Una scelta che alcuni fanno con una disinvoltura quasi artistica, trasformando il malaffare in una forma di artigianato politico.

Forse il vero problema è che abbiamo smesso di indignarci. Abbiamo normalizzato l’anomalia, accettato l’assurdo, metabolizzato l’ingiustizia. Ma finché non chiameremo la corruzione con il suo nome — un furto di futuro, soprattutto da parte di chi non avrebbe alcuna scusa per compierlo — continueremo a oscillare tra la satira e la rassegnazione, senza trovare il coraggio di pretendere qualcosa di meglio.