
Dopo una prima edizione, pubblicata nei maggiori Paesi europei (fra cui l’Italia) nel 1968 come opera «di un anonimo sovietico», il romanzo Rakovyj korpus (Divisione cancro) solo l’anno successivo vide finalmente la luce – sempre in Europa Occidentale – col nome del suo autore: Aleksandr Isaevič Solženicyn, grande scrittore russo del Novecento (1918-2008), perseguitato in patria, espulso dall’URSS nel 1974 e vissuto in esilio fino al 1994.
Divenuto ben presto un successo mondiale, proprio nel 1974 il romanzo – col titolo Padiglione cancro – uscì in Italia anche in edizione economica, con varie ristampe successive, fra le quali quella del 1994, nella collana Biblioteca Economica Newton, recante sulla copertina il dipinto Amore e Psiche di Edvard Munch, accompagnato da uno scarno e bruciante sommario: «L’esperienza del dolore e l’incontro col destino nel romanzo che valse all’autore il Nobel per la letteratura».
Venduta nelle edicole a duemila lire, quella edizione decise che un suo esemplare dovesse arrivare nella mia biblioteca, nella quale la letteratura russa aveva, già da tempo, un posto privilegiato.
Naturalmente non mi opposi a tale decisione, anzi, con malcelata gioia collocai il volume non nella già stracolma sezione russa ma in uno scaffale a vetri, a breve distanza e ben visibile dallo scrittoio, accanto a Il maestro e Margherita di Bulgakov, pubblicato nella stessa collana.
Per motivi insondabili e poiché – com’è noto – le cose che non vediamo sono proprio quelle sotto i nostri occhi, ho letto Padiglione cancro solo nelle scorse settimane, dopo appena un trentennio che esso, paziente, mi attendeva.
Ho scoperto così un capolavoro di prima grandezza, nel quale l’autore, attraverso un intreccio di vita e di vite ambientato nel reparto oncologico di un ospedale dell’Unione Sovietica negli anni ’50, dipinge un vivido affresco sovraccarico di dolore ma anche di straordinaria umanità, rivivendo la drammatica esperienza da lui vissuta fra il 1954 e il 1955, allorché fu ricoverato in un ospedale di Taskent a causa di un cancro dal quale, quasi miracolosamente, guarì.
Le sensazioni e le riflessioni che il libro mi ha trasmesso meriterebbero i classici “fiumi di inchiostro” che, ovviamente non possono scorrere in questa sede, ragion per cui, fra le tante tematiche in esso presenti, mi limito a segnalare quella, molto attuale, dell’educazione sessuale degli adolescenti. Una tematica assolutamente delicata, per la quale uno dei personaggi minori del romanzo, il medico Orèščenkov, propone la seguente, sensata soluzione:
Il fatto è che oltre le varie persone che si occupavano dei giovani e che abbiamo perso, ormai, ci è venuto a mancare anche il medico di famiglia, che aveva una funzione importantissima! Le ragazze a quattordici anni e i giovani a sedici dovrebbero sempre avere una conversazione con un medico. E non in classe, quaranta alla volta (del resto non lo fanno), o nell’ambulatorio della scuola: tre minuti per uno. Dovrebbe essere quello stesso zio medico al quale da piccoli mostravano la gola e che tante volte ha preso il tè in casa. Se poi questo zio dottore, imparziale, buono e severo, che non si può corrompere con capricci e suppliche come si fa con i genitori, si chiudesse nello studio con la ragazza o il ragazzo, e se iniziasse una conversazione strana, interessante e al tempo stesso imbarazzante, intuendo, senza che egli le formuli, le domande del giovane e dando di sua iniziativa risposta alle cose più importanti e difficili, che accadrebbe? Che succederebbe, se poi ci fosse una seconda conversazione sull’argomento? Si potrebbero non solo prevenire gli errori, i falsi slanci, lo spreco del corpo da parte dei giovani, ma anche decantare e rasserenare tutta la loro concezione del mondo. Non appena essi si sentissero compresi nella loro più immediata inquietudine, nella loro ricerca principale, cesserebbero di credersi così disperatamente incompresi anche sul resto.
Queste pacate parole che Aleksandr Solženicyn affida all’esimio dottor Dormidònt Tichonovič Orèščenkov, a mia volta le affido alla saggia riflessione dei lettori.
Bibliografia
P. Daix, La verità su Solženicyn, Torino, Società editrice internazionale, 1974.
A. Martin, Solženicyn il credente. Lettere, discorsi, testimonianze, Bari, Edizioni Paoline, 1976.
D. Serretti, Il tempo della tirannia. Nabokov, Bulgakov, Pasternak, Solženicyn, Roma, Studium, 2000.
