ASPETTI GEOLOGICI E PEDOGENETICI DEI SUOLI DELLA CAMPANIA FELIX

del Preside Carmine Strocchia

4.  Sono state più volte sottolineate le eccellenti condizioni che hanno storicamente caratterizzato la Campania felix nei suoi aspetti agronomici oltre che paesaggistici. Vediamo ora, anche nella loro evoluzione, i fattori geomorfologici e pedologici che hanno determinato, sin dai tempi antichi, una tale ricchezza.

Dal punto di vista geologico, la Campania è stata interessata da una delle più ampie depressioni strutturali verificatesi nel bordo tirrenico, riconducibile probabilmente al Pliocene superiore o al Pleistocene inferiore (circa 2 milioni di anni fa). Essa è infatti una fossa tettonica (graben) originata dallo sprofondamento a gradinata della porzione occidentale dei rilievi che la cingono. (M. Massico, monti del Casertano, monti di Sarno, monti Lattari).

Gli eventi tettonici principali si sono susseguiti fino a circa 700.000 anni fa, mentre gli ultimi assestamenti sono continuati fino a circa 30.000 anni fa.

Da essi si è originata la formazione di ampi blocchi ribassati come la Piana Campana, la Piana del Sarno e la Piana del Sele, delimitati da blocchi rialzati corrispondenti alle dorsali carbonatiche che cingono tali zone pianeggianti: tra di essi, i monti del Casertano (es. i Monti Massico e Maggiore), i Monti di Avella, il M. Ciesco, il M. Fellino, Pizzo d’Alvano, i Monti Lattari, i Monti Picentini.

Nelle zone ribassate si è poi svolta un’attività vulcanica che ha dato luogo a continue eruzioni in apparati diversi, fino a quelle storiche dei Campi Flegrei e del Somma-Vesuvio.

L’evoluzione più recente di queste aree è stata caratterizzata dall’accentuazione dei fenomeni tettonici di cui si è detto all’inizio e cioè da un rapido sprofondamento delle parti ribassate e dal veloce sollevamento dei blocchi marginali. Tali eventi, unitamente all’attività vulcanica, hanno determinato il progressivo riempimento delle depressioni con i prodotti alluvionali provenienti dall’erosione dei citati rilievi “di cintura” e con i materiali vulcanici.

L’assetto morfologico attuale di queste aree è caratterizzato quindi da ampie pianure delineate da rilievi carbonatici ricoperti parzialmente da spessori variabili di terreni piroclastici sciolti, stratificati, a granulometria variabile, con intercalazione di paleosuoli.

Tali apporti vulcanici hanno senz’altro avuto un ruolo centrale nella geologia della Piana Campana grazie agli eventi neotettonici che hanno determinato la formazione e l’evoluzione della Piana stessa. Essi hanno avuto inizio circa un milione di anni fa con l’attività del vulcano di Roccamonfina e di alcuni apparati vulcanici attualmente sepolti. I Campi Flegrei ed il Somma – Vesuvio rappresentano invece il frutto di una ripresa recente dell’attività vulcanica. Non si conosce l’età precisa dell’inizio dell’attività dei Campi Flegrei, comunque i prodotti più antichi affioranti nell’area hanno all’incirca 50.000 anni. I prodotti più antichi del Somma – Vesuvio risultano invece, come vedremo, successivi alla deposizione del tufo grigio campano.

I depositi piroclastici che hanno poi ricoperto i rilievi carbonatici sono dovuti ad eruzioni di tipo pliniano del Somma-Vesuvio che complessivamente ha dato luogo a sette eruzioni principali costituendo uno spessore di circa 10-15 m di livelli stratificati di pomici grossolane e sabbie vulcaniche. I vari livelli di paleosuolo intercalati ai terreni piroclastici testimoniano periodi di stasi vulcanica.

L’ultima eruzione pliniana risale al 79 d.C., ed è caratterizzata dalla emissione di pomici e sabbie che si rinvengono con spessori variabili da vari metri a circa un metro, in un’area di circa 80 km di raggio a nord-est e ad est del Vesuvio. L’attività piroclastica ultima non ha formato livelli di notevole spessore, ma ha portato all’accumulo di materiali a granulometria essenzialmente fine.

Da quanto detto, la Piana Campana deve la sua notevole fertilità a questa ricca e multiforme genesi pedologica che ha prodotto nel tempo una serie di condizioni eccezionalmente favorevoli: la ricchezza d’acqua, la presenza di materiale vulcanico ricco di potassio, i prodotti alluvionali con tutto il loro relativo complesso detritico-alluvionale derivante dall’apporto dei Regi Lagni e dal disfacimento dei rilievi calcarei limitrofi. Dai prodotti alluvionali, in particolare, si sono formati terreni dilavati e di erosione, a tessitura limoso-sabbioso, misti a minuto detrito calcareo con intercalazioni lenticolare di argille limose, livelli torbosi e paleosuoli sabbioso-argillosi.

Il risultato di questo articolato processo, comune alle altre Piane regionali di cui si è detto, ha generato in tutte le aree dall’antichità un tasso di fertilità che, per quanto talvolta differenziato nei peculiari caratteri fisici, chimici e biologici, è stato nei secoli espressione di condizioni straordinariamente favorevoli per le colture sia erbacee che arboree.

I suoli della Piana nolana, che è uno dei lembi esterni della Piana Campana, rappresentano in modo tipico questa condizione. Qui il complesso detritico – alluvionale deriva dal disfacimento dei rilievi circostanti e cioè del preappennino campano con i monti di Avella e con le colline calcaree di Cancello che chiudono il Nolano a nord e ad ovest. Il profilo di questi terreni è poi arricchito dai residui di disgregazione e decomposizione di piroclastiti incoerenti, ceneri, lapilli e scorie, derivanti, come detto, dall’attività vulcanica. Da queste premesse ha origine una tessitura (“di medio impasto”) e una struttura del suolo altamente equilibrate e ricche negli apporti minerali ed organici nonché nei caratteri idrologici e biologici, con una media permeabilità, ottima lavorabilità e favorite altresì da una profonda falda freatica.

L’alternanza delle fasi deposito e accumulo di tutti questi materiali, collegata al variare degli eventi vulcanici, delle condizioni climatiche e della morfologia, ha poi determinato nel tempo la stratigrafia del profilo e la composizione percentuale tra le diverse componenti fisiche. Proprio la presenza, a ridosso della sezione nord-orientale della pianura, di monti spesso denudati e fessurati e solcati dalle acque dilavanti contribuisce a spiegare la notevole mescolanza di terreni. I materiali alluvionali si sono depositati con potenza variabile, a seconda della intensità del trasporto e dell’accumulo. E così mentre nel fondo delle valli si ritrovano strati più o meno potenti di tufo, alla base dei rilievi prevalgono detriti vari e materiali vulcanici, che cominciano ad essere più abbondanti quando si procede verso le parti più basse della pianura o prossime al Vesuvio, mentre in corrispondenza dei Regi Lagni i terreni alluvionali appaiono molto diffusi.

Tali sono i caratteri generali, come radicatisi nei secoli, del contesto pedologico e agricolo locale. Le considerazioni fatte devono però oggi, si badi bene, tener conto purtroppo delle degenerazioni ambientali che hanno variamente caratterizzato tutta l’area della Piana Campana negli ultimi decenni. Non è questa la sede per approfondire elementi tanto condizionanti in senso negativo ma è certo che oggi è quanto meno inappropriato parlare di Campania felix.

Tornando al tema, nelle zone prossime ai rilievi vulcanici, come quella più vicina al Vesuvio, l’apporto vulcanico diventa ovviamente preponderante rispetto a quello alluvionale. In tal caso, i terreni sono poco o per nulla cementati, a tessitura sabbiosa con in genere alternanze irregolari di pomici, lapilli, scorie, pozzolane e sabbie vulcaniche. Con l’aumentare, invece, della distanza dal Vesuvio, non si riscontra più la successione degli strati in relazione alle sue attività di stasi o di attività ma piuttosto, ed è il caso appunto dell’agro nolano-acerrano, una prevalenza di materiali alluvionali recenti, specie in prossimità dei Regi Lagni e alla base dei rilievi. Qui le acque dilavanti hanno accumulato quantità notevoli di materiali vulcanici, che nelle depressioni e nei solchi intermontani, come nella valle di Baiano, hanno dato luogo alla formazione di banchi di tufo ben livellati e di notevole spessore. Potenti formazioni tufacee si ritrovano anche a Tufino, ove alcune cave forniscono materiale da costruzioni.

Particolarmente in questa, ma, seppure in modo diversamente accentuato, in molte altre aree, i prodotti vulcanici, estremamente variabili nello spessore, poggiano a profondità a partire dai 10 -12 m dal piano campagna (in diversi casi anche oltre) sul tufo grigio campano che è il litotipo più esteso arealmente, fra i depositi superficiali della Piana Campana. E’ questa una roccia ignimbritica rinvenuta in modo diffuso ad eccezione di una ristretta fascia nei pressi del basso corso del Volturno ed in corrispondenza della depressione di Volla. Tale substrato litoide è ascrivibile alla primordiale eruzione flegrea di 35000 anni fa e si presenta sempre alterata e fratturata nelle porzioni più alte.

Altro elemento comune nel profilo pedologico è il tasso, cioè il limo argilloso, grigiastro compatto e impermeabile, che si trova a profondità variabile da meno di un metro sotto la coltre di terreno agrario fino a circa 5 m di profondità nelle zone più prossime ai rilievi fino ad essere, nell’agro mariglianese anche talvolta al livello della falda freatica.


(C) DISTAR – UNINA  (Clicca sulla cartina per il download)


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