Nella notte tra l’8 e il 9 agosto 2025, favorito dalle alte temperature, un violento incendio ha colpito le alture collinari della Tora di Avella e di Campimma di Sirignano, devastando ampie porzioni di vegetazione mediterranea, arboreti e sterpaglie.
Le fiamme, visibili a chilometri di distanza, hanno generato una densa colonna di fumo che ha oscurato la valle e costretto i residenti a restare chiusi in casa, in stato di allerta. Il rogo ha minacciato abitazioni rurali, uliveti, noccioleti, boschi e aree di interesse naturalistico, in un territorio già fragile e ricco di biodiversità.
Le prime ricostruzioni escludono con decisione l’ipotesi di piromani mossi da disturbi psichici, come quelli che traggono piacere dalla distruzione causata dal fuoco. Allo stesso modo, non è ritenuta credibile l’ipotesi della combustione spontanea, che non trova riscontro nelle condizioni ambientali e meteorologiche della zona. Restano dunque due piste principali al vaglio degli inquirenti: da un lato, quella di un incendio partito da bruciamenti agricoli non controllati, pratica ancora diffusa in alcune aree rurali; dall’altro, quella più inquietante di un rogo appiccato deliberatamente da soggetti che potrebbero trarne vantaggio diretto, come allevatori interessati a nuovi pascoli o speculatori in cerca di terreni da riconvertire, o a oscuri soggetti eventualmente interessati alle operazioni di spegnimento remunerato.
In questo contesto, il principio del “Cui prodest?”, evocato da Cicerone e Seneca, diventa centrale per orientare le indagini: chi ha interesse a che quel territorio venga trasformato, semplificato, reso disponibile?
Nel frattempo le comunità locali guardano con apprensione alle collina sperando che la ferita non si trasformi in cicatrice permanente.

