
Secondo quanto traspare da diversi articoli della stampa internazionale, sembrerebbe che la situazione in Ucraina abbia assunto contorni molto più complessi di quanto appaia nelle narrazioni mediatiche ufficiali.
La guerra non è soltanto un confronto armato: è diventata un dispositivo che ha trasformato profondamente la struttura sociale, ha ridefinito i rapporti tra cittadini e istituzioni e ha generato fenomeni come la diserzione diffusa, la corruzione sistemica e la scomparsa di enormi quantità di armi leggere (vendute a chissà chi e che, presumibilmente, avrebbero fruttato milioni di euro a futuri “oligarchi” privi di scrupoli).
È dentro questo scenario che si collocano alcune disperate e sconsolate testimonianze di chi vive nascosto, di chi teme per i propri figli, di chi percepisce lo Stato non più come un garante ma come una minaccia.
L’immagine che emerge dalle testimonianze raccolte negli ultimi anni e che cominciano a trapelare in alcuni resoconti online non è solo quella che descrive l’Ucraina come un semplice paese in guerra, ma è quella che descrive una società attraversata da fratture profonde, dove la sopravvivenza quotidiana si intreccia con la dissoluzione progressiva del rapporto tra cittadini e istituzioni.
Le storie dei giovani che evitano l’arruolamento, come quella della madre che vive nell’angoscia per il figlio nascosto da mesi, non rappresentano casi isolati: sono la punta visibile di un fenomeno sotterraneo, esteso e normalizzato, che ha trasformato migliaia di uomini in presenze invisibili, privati dei diritti civili e costretti a vivere in clandestinità.
Questi giovani non rifiutano soltanto la guerra: rifiutano un sistema che percepiscono come ingiusto, arbitrario, permeato da una corruzione che la guerra non ha generato, ma amplificato fino a renderla parte integrante del funzionamento sociale.
Una madre descrive la situazione con una lucidità disarmante: “Qui per qualsiasi cosa si paga”. E la guerra, lungi dall’essere un freno, è diventata un acceleratore di pratiche informali, estorsioni, favoritismi e traffici.
Il meccanismo più evidente è quello che riguarda l’arruolamento: cifre che oscillano tra 7.000 e 15.000 dollari vengono richieste per evitare la chiamata alle armi. Chi non può permetterselo viene spedito al fronte e chi dispone di sufficienti risorse economiche compra la salvezza.
Con la guerra i potenti si sono arricchiti grazie alla corruzione, i ricchi si sono salvati e i poveri sono stati sbattuti al fronte.
È quindi in atto una forma di selezione sociale brutale, che trasforma la guerra in un dispositivo di disuguaglianza estrema. In questo contesto, circola una frase amara, ripetuta spesso sui social e nelle conversazioni quotidiane, che sintetizza la percezione collettiva: nelle guerre i potenti mandano le armi, i ricchi mandano il denaro e il popolo manda i figli.
Una formula che, pur nella sua semplicità, restituisce l’asimmetria radicale tra chi decide e chi muore.
La clandestinità diventa così una comprensibile e naturalissima strategia di sopravvivenza, sostenuta da reti familiari e comunitarie che offrono rifugio, copertura, protezione.
A questo quadro già drammatico si aggiunge un elemento ancora più inquietante: la scomparsa di un’enorme quantità di armi leggere pagate e procurate dall’Occidente; un fenomeno documentato da rapporti ufficiali e da numerose inchieste giornalistiche.
Secondo dati diffusi da fonti istituzionali e ripresi da diverse testate internazionali, dall’inizio del conflitto risultano quasi mezzo milione di armi non più tracciabili. Tra queste, decine di migliaia di fucili d’assalto, pistole, mitragliatrici e armi automatiche.
Le ipotesi avanzate dagli analisti convergono su alcuni punti:
– Una parte delle armi è stata sottratta durante il caos dei primi mesi di guerra, quando depositi e convogli non erano adeguatamente protetti.
– Una quota consistente è finita nel mercato nero interno, alimentando reti criminali già attive prima del conflitto.
– Un’altra parte è stata venduta a gruppi criminali transnazionali, che operano lungo le rotte dell’Europa orientale e del Medio Oriente.
– Alcune inchieste parlano di triangolazioni opache, in cui intermediari privati, funzionari corrotti e gruppi armati hanno approfittato della mancanza di controlli per arricchirsi.
Organizzazioni internazionali hanno espresso preoccupazione per il rischio che queste armi finiscano nelle mani della criminalità organizzata europea.
Agenzie di sicurezza hanno segnalato che, come già accaduto in altri conflitti, le armi distribuite in contesti bellici tendono a riemergere anni dopo in scenari criminali, alimentando violenze, rapine, traffici di droga e reti terroristiche.
Questo fenomeno non è solo un problema di sicurezza: è un indicatore antropologico della perdita del monopolio della forza da parte dello Stato.
Quando le armi circolano senza controllo, quando non si sa più chi le possiede, quando il confine tra legalità e illegalità diventa poroso, si rompe il patto sociale che regge una comunità politica. La popolazione lo percepisce chiaramente: la madre intervistata racconta che non ci si sente protetti dalle forze dell’ordine, ma esposti a ulteriori rischi. È un rovesciamento radicale del ruolo delle istituzioni, che da garanti diventano potenziali predatori.
La corruzione non si limita all’arruolamento o alla gestione delle armi. È visibile anche nell’urbanistica, dove interi quartieri vengono trasformati in cantieri di lusso, con appartamenti di grande metratura e rifiniture pregiate.
Non sono certo abitazioni destinate agli sfollati o alle famiglie impoverite dalla guerra. Sono simboli di un arricchimento improvviso e sospetto, che molti collegano alle distorsioni economiche generate dal conflitto.
La percezione diffusa è che la guerra sia diventata un’occasione di profitto per pochi (i futuri oligarchi), mentre la popolazione paga il prezzo più alto.
In questo contesto, la diserzione non appare più come un atto individuale di codardia, ma come una forma di resistenza alla logica di un sistema percepito come ingiusto.
I giovani che si nascondono non rifiutano solo la guerra: rifiutano un ordine sociale che li considera sacrificabili. La loro fuga è una risposta antropologica alla perdita di fiducia nelle istituzioni, un tentativo di sottrarsi a un destino che non sentono di dover accettare.
Il cimitero militare, con le sue file interminabili di croci e bandiere, è la rappresentazione materiale di questa frattura. Ogni tomba è un promemoria del costo umano della guerra, ma anche del fatto che quel costo non è distribuito equamente.
Le famiglie più povere pagano con la vita dei figli; quelle più ricche pagano con il denaro. È una dinamica che mette in crisi la narrazione iniziale di un paese unito contro l’invasione.
La speranza della madre – che la guerra finisca e che la corruzione venga spazzata via – è la speranza di un intero paese. Ma la fine della guerra, da sola, non basterà a ricostruire il tessuto sociale lacerato.
Perché ciò che è stato distrutto non sono solo le case, ma le condizioni minime di fiducia reciproca che permettono a una società di esistere.
La guerra non è uguale per tutti.
Anche per questo dobbiamo sforzarci di favorire il dialogo e di operare per la pace.

