Ogni anno, il 12 giugno, la comunità internazionale torna a interrogarsi su una delle ingiustizie più gravi e persistenti: il lavoro minorile. Nonostante l’impegno di molte organizzazioni e le dichiarazioni formali dei governi, milioni di bambini nel mondo continuano a essere coinvolti in attività lavorative che ne compromettono lo sviluppo fisico, psicologico e scolastico.
Secondo i dati più aggiornati diffusi dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dall’UNICEF, nel 2024 i minori costretti a lavorare sono ancora oltre 138 milioni, con circa 54 milioni impiegati in condizioni considerate pericolose. Nonostante un leggero calo rispetto al 2020, il ritmo di miglioramento è troppo lento per raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile entro il 2025, come stabilito dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. L’agricoltura resta il settore più coinvolto, con oltre il 60% dei casi, seguita da industria e servizi. In Africa subsahariana si concentra il maggior numero di minori lavoratori, mentre in Asia e nell’area del Pacifico i numeri risultano in calo.
L’impatto della pandemia, dei conflitti armati e della crisi economica globale ha aggravato la situazione, spingendo molte famiglie sull’orlo della sopravvivenza e riducendo gli investimenti in educazione e sicurezza sociale. L’accesso all’istruzione continua a essere ostacolato dalla povertà, dai matrimoni precoci, dalle discriminazioni e da una generale mancanza di infrastrutture educative nei paesi più vulnerabili.
L’Italia non è immune da questa realtà. Stime di Save the Children indicano circa 336.000 bambini e ragazzi coinvolti in forme di lavoro irregolare o potenzialmente dannose. La maggior parte si concentra nella fascia tra i 14 e i 15 anni, ma non mancano casi anche tra i minori di 11 anni. Il lavoro minorile in Italia si manifesta in modo spesso invisibile: nei campi agricoli durante le raccolte stagionali, nelle attività familiari, nei piccoli mestieri non dichiarati. A destare preoccupazione è soprattutto l’incidenza di lavori svolti in orari scolastici o notturni, oppure in condizioni non sicure.
Le conseguenze sono profonde: il lavoro precoce incide negativamente sul rendimento scolastico, aumenta il rischio di abbandono e può segnare in modo duraturo il futuro dei giovani, intrappolandoli in cicli di esclusione e marginalità. Il fenomeno dei Neet – giovani che non studiano né lavorano – trova spesso una delle sue cause proprio in un’infanzia segnata da un’istruzione incompleta e da un ingresso troppo precoce nel mondo del lavoro.
A livello internazionale, diverse organizzazioni stanno cercando di rispondere con strategie mirate. La FAO, ad esempio, ha avviato progetti in Africa, Asia e America Latina per contrastare lo sfruttamento minorile in agricoltura attraverso formazione degli agricoltori, sostegno economico alle famiglie, accesso alla scuola e monitoraggio sul campo. In Uganda sono stati creati gruppi di ispettori agricoli incaricati di individuare e segnalare le pratiche dannose nei confronti dei minori. Si tratta di iniziative che puntano non solo a reprimere lo sfruttamento, ma anche a creare alternative sostenibili e culturalmente adeguate per le comunità coinvolte.
Ma nessuna organizzazione può agire da sola. La lotta al lavoro minorile richiede una mobilitazione collettiva che coinvolga governi, imprese, istituzioni scolastiche, società civile e singoli cittadini. È necessario rafforzare i sistemi di protezione sociale, investire con decisione nell’istruzione pubblica gratuita e di qualità, e sviluppare una maggiore consapevolezza nei consumatori. Sapere da dove provengono i beni che acquistiamo, come sono stati prodotti e in quali condizioni, è parte di un processo che può contribuire concretamente a ridurre la domanda di lavoro minorile nelle filiere globali.
Non bastano le promesse. Per liberare i bambini dal lavoro e restituire loro il diritto a un’infanzia piena, istruita e protetta, servono politiche coerenti, risorse adeguate e una volontà politica condivisa. Il tempo per agire è adesso, perché ogni giorno di ritardo può significare un’infanzia perduta.

