Perché la Spagna corre e l’Italia affonda: produttività ferma, mafie in crescita, inadeguatezza della politica e giovani in fuga


L’Italia e la Spagna condividono fragilità strutturali simili, ma negli ultimi anni hanno imboccato traiettorie economiche divergenti. Le previsioni della Commissione Europea indicano che entro il 2025 la Spagna crescerà del 3%, mentre l’Italia si fermerà a un modesto 0,4%. Eppure, fino al 2022, era stata proprio l’Italia a mostrare un recupero più rapido dopo la pandemia. Il sorpasso spagnolo non è quindi un destino inevitabile, ma il risultato di scelte economiche, dinamiche sociali e condizioni istituzionali profondamente diverse.

La Spagna ha beneficiato di un forte aumento dell’occupazione, pari al 10,1% negli ultimi sei anni, sostenuto da un’immigrazione integrata più facilmente grazie alla lingua comune con l’America Latina. L’Italia, pur registrando un incremento dell’occupazione del 5,9%, ha compensato con un aumento delle ore lavorate per occupato, cresciute del 3,5% contro il calo spagnolo del 2,2%. Ma ciò che davvero segna la distanza è la produttività per ora lavorata: +2,1% in Spagna, –2,5% in Italia.

Produttività stagnante, demografia in declino e un mercato del lavoro che cresce solo in termini di ore, non di efficienza, sono elementi che si intrecciano e si alimentano a vicenda. Ma non sono gli unici.

C’è un’altra dimensione, spesso rimossa dal dibattito pubblico, che incide in modo profondo sulla capacità del Paese di crescere: la presenza pervasiva delle mafie nell’economia reale italiana e che ormai non interessa solo il Sud del Paese ma che ha trovato addirittura terreno più fertile al Nord, anche se non sempre così evidenti.

Le organizzazioni criminali non sono più – come ricorda Nicola Gratteri – entità marginali o violente in senso tradizionale, ma “imprese globali, integrate nei settori chiave dell’economia e capaci di riciclare immani ricchezze”. La loro forza deriva dalla capacità di infiltrarsi dove scorrono risorse pubbliche e private, condizionando investimenti, concorrenza e innovazione. Gratteri sottolinea come la mafia sia oggi “più ricca che mai, presente in tutti i continenti” e come il suo potere derivi dalla capacità di intrecciarsi con pezzi del potere politico ed economico.

Ogni euro sottratto all’economia legale è un euro sottratto alla produttività, alla concorrenza, alla crescita.

L’immagine metaforica dell’“acqua” sottratta alle imprese produttive e alle famiglie per riempire le piscine del potere criminale non è solo una metafora: è la fotografia di un Paese in cui le attività più dinamiche vengono soffocate da estorsioni, intimidazioni, concorrenza sleale e da un sistema di appalti pubblici che, in molte aree, premia non l’efficienza ma la contiguità con i clan.

La mafia riduce la spesa interna, perché impoverisce territori e famiglie. Riduce il potere d’acquisto, perché altera i prezzi e distorce i mercati. Riduce l’iniziativa imprenditoriale, perché chi vuole investire teme ritorsioni o non accetta di entrare in circuiti opachi. Riduce la produttività, perché le imprese sane vengono espulse o scoraggiate, mentre prosperano quelle che non competono sulla qualità ma sul controllo del territorio.

Gratteri lo dice con chiarezza: molte imprese finiscono per “abbracciare le mafie” perché non vedono alternative, e questo produce un circolo vizioso che frena l’intero sistema economico.

A tutto ciò si aggiunge la connivenza tra mafie e politica, soprattutto nei settori delle opere pubbliche e dell’edilizia, che distorce la destinazione delle risorse, rallenta i cantieri, aumenta i costi e riduce l’efficacia degli investimenti. In un Paese che dovrebbe correre per recuperare ritardi storici, questa zavorra pesa come un macigno.

E mentre la Spagna – non immune, ma meno soggetta alla criminalità organizzata – subisce solo in parte l’erosione dell’economia legale dalle organizzazioni mafiose, l’Italia ne paga pesantemente lo scotto.
Oltre a ciò, la Spagna utilizza la crescita della produttività per ridurre gli orari di lavoro e migliorare la qualità della vita mentre l’Italia continua a chiedere più ore agli stessi lavoratori, senza aumentare l’efficienza.
È un modello che non regge, soprattutto in un contesto di denatalità drammatica e di popolazione in età lavorativa in costante diminuzione, remunerazione del lavoro – e conseguente capacità di spesa interna – in costante diminuzione reale.

Il risultato è un Paese che perde i suoi talenti migliori. La fuga all’estero dei giovani più capaci è ormai un’emorragia strutturale, non un fenomeno episodico. Chi parte lo fa perché percepisce un sistema bloccato, dove il merito fatica a emergere, dove la criminalità organizzata condiziona interi settori, dove la politica non riesce a garantire un ambiente competitivo e trasparente.

La denatalità, la stagnazione economica e la presenza delle mafie non sono fenomeni separati: sono tre facce della stessa crisi sistemica. Una crisi che porta alla morte demografica, sociale ed economica del Paese, se non si interviene con decisione.

L’Italia non è condannata. Ma per invertire la rotta deve affrontare non solo i nodi economici, ma anche quelli culturali, istituzionali e criminali – specifici – che da decenni ne frenano lo sviluppo.

Finché l’acqua continuerà a scorrere verso le piscine sbagliate, l’agricoltura, le imprese e le famiglie italiane continueranno a restare all’asciutto.

Non solo: allo stato attuale manca anche una comprensione e una visione strategica e proattiva sugli impatti dell’intelligenza artificiale e della robotica sul mondo del lavoro, sull’economia e sulla distribuzione del reddito da capitale e da posizione.

Il dubbio – atroce – che affligge gli osservatori non integrati al sistema e che la classe politica italiana (o quantomeno gran parte di essa) non sia in grado di comprendere a fondo le dinamiche in atto o che non ne sia interessata a comprenderle.