C’è una domanda che, da Italiani sinceramente legati al benessere, ai valori e al destino della propria Patria, dovremmo avere il coraggio di porci con onestà: siamo davvero certi che gli Stati Uniti — soprattutto nella versione trumpiana, più muscolare e scomposta — siano oggi un alleato che tutela gli interessi dell’Europa e, soprattutto, dell’Italia? Non è una provocazione, ma un interrogativo necessario per chi non vuole limitarsi a seguire il flusso degli eventi, bensì comprenderli e difendere ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra autonomia strategica.
L’Italia vive da sempre di equilibri delicati, energetici e commerciali. Eppure, negli ultimi anni, ci siamo ritrovati spesso trascinati dentro dinamiche geopolitiche che non abbiamo scelto e che, in molti casi, non ci convengono affatto. La rottura con la Russia ne è un esempio lampante: abbiamo perso gas a basso costo, petrolio a prezzi competitivi e un rapporto economico che garantiva stabilità al nostro sistema industriale. Non si tratta di simpatia o antipatia verso un Paese — anzi, il popolo italiano è storicamente vicino al popolo russo, che come noi ha donato al mondo cultura, arte e bellezza — ma di una semplice constatazione: quelle forniture erano vitali per la nostra economia.
Parallelamente, ci viene chiesto di irrigidire i rapporti con la Cina, altro Paese di grande cultura e tecnologia, con il quale abbiamo legami che risalgono ai tempi di Marco Polo. La Cina è uno dei nostri principali partner commerciali, un mercato decisivo per le nostre esportazioni e un attore centrale nelle filiere produttive globali. Metterci frontalmente contro Pechino significa indebolire la nostra economia. E allora la domanda sorge spontanea: queste scelte rispondono davvero agli interessi dell’Italia o a logiche che non ci appartengono?
Come se non bastasse, oggi si profila un nuovo fronte: l’Iran. Un Paese che, al di là delle sue complessità politiche e delle sue scelte interne — alcune delle quali, come le restrizioni e le repressioni verso il mondo femminile, sono lontanissime dalla nostra cultura, che si fonda sul rispetto, sulla libertà e sulla dignità della donna — resta un grande produttore di petrolio. Una eventuale escalation del conflitto o un inasprimento delle tensioni avrebbe effetti devastanti sui prezzi dell’energia, proprio mentre l’Europa fatica già a sostenere i costi attuali. Eppure sembriamo quasi timorosi di dire apertamente ciò che molti analisti sostengono: ogni azione unilaterale che destabilizza il Medio Oriente mette a rischio la nostra sicurezza energetica e la nostra economia. E questo dovrebbe preoccuparci, eccome.
Non dimentichiamo poi un altro episodio rivelatore: i dazi statunitensi sui prodotti europei, che hanno colpito anche eccellenze italiane. Un alleato che impone barriere commerciali ai tuoi prodotti non sta difendendo i tuoi interessi. Sta difendendo i suoi (forse anche l’obbiettivo, non dichiarato, di danneggiare i nostri).
A questo punto la vera domanda diventa inevitabile: stiamo davvero facendo il bene dell’Italia? Un patriota non è chi segue ciecamente una bandiera straniera, ma chi difende la propria. E allora dovremmo chiederci se l’Italia abbia ancora una politica estera autonoma, se stiamo valutando con lucidità le conseguenze economiche delle scelte che ci vengono “suggerite”, se sia davvero nell’interesse della nostra Nazione aprire fronti di tensione con tutti i principali fornitori di energia del pianeta.
L’alleanza con gli Stati Uniti resta un pilastro della nostra sicurezza, ma un’alleanza non è una sudditanza. È un rapporto tra pari, in cui ciascuno difende i propri interessi. E noi, da italiani che amano il proprio Paese, dovremmo avere il coraggio di affermare che l’Italia ha diritto a una politica estera equilibrata, ha diritto a rapporti economici che garantiscano energia e stabilità, ha diritto a non essere trascinata in conflitti che non le appartengono.

