Il costo della burocrazia nel nostro Paese ammonta a ben ottanta miliardi di euro l’anno e rappresenta una vera e propria tassa occulta che sottrae risorse vitali alle imprese, ai lavoratori e agli investimenti. Se iniziassimo a intervenire seriamente su questo capitolo potremmo liberare un enorme potenziale di crescita ma purtroppo il prezzo che paghiamo non si misura solo in denaro bensì soprattutto in tempo.
Oggi in Italia per aprire uno stabilimento industriale servono in media tre anni di cui sei mesi dedicati alla progettazione preliminare, diciassette o diciotto mesi persi per ottenere le concessioni e altrettanti per la materiale realizzazione della struttura.
Il problema fondamentale risiede nel fatto che mentre gli imprenditori aspettano permessi e visti il mondo va avanti velocemente, i mercati cambiano, i concorrenti internazionali corrono e lo stabilimento rischia di diventare obsoleto ancora prima di entrare a regime.
Per questo motivo la nostra associazione è stanca di sentire parlare dell’ennesimo cantiere della burocrazia perché se ne discute inutilmente da anni e quello che serve oggi non è un altro tavolo di lavoro ma una reale rapidità decisionale.
L’esempio della ZES unica al Sud dimostra chiaramente che quando esiste una governance chiara e qualcuno che decide le procedure si sbloccano e i tempi si accorciano significativamente ed è esattamente questo il modello gestionale che dobbiamo estendere a tutto il territorio nazionale.
Le imprese investono, programmano e si assumono quotidianamente gravi rischi ma per continuare a farlo hanno assoluto bisogno di tempi certi e rapidi poiché senza una reazione immediata del sistema Paese non potremo mai reggere il confronto con i nostri concorrenti globali.
Lo studio condotto sul campo dalla nostra Confederazione evidenzia come questa patologia non sia un blocco monolitico ma si declini in modi differenti e altrettanto dannosi a ogni livello istituzionale. Nei piccoli comuni le macchine burocratiche sono ridotte all’osso e prive di personale tecnico aggiornato, il che genera una diffusa paura della firma che congela le pratiche per mesi sui tavoli di geometri comunali sovraccaricati.
Al contrario nei ministeri e nelle amministrazioni centrali il blocco è causato dall’iper-regolamentazione e da una gestione a compartimenti stagni in cui le leggi vengono interpretate in modo letterale e difensivo, costringendo le aziende a produrre tonnellate di documenti identici per enti diversi in totale spregio del principio europeo che vieta di chiedere due volte lo stesso dato.
Il labirinto si complica ulteriormente quando entrano in gioco le agenzie regionali, le soprintendenze e le autorità sanitarie che spesso creano conflitti di competenze e veti incrociati capaci di bloccare un progetto anche dopo il via libera del comune, annullando ogni certezza del diritto e qualsiasi programmazione finanziaria. Questa medesima rigidità procedurale ha ormai infettato anche il settore creditizio dove l’accesso al capitale per le piccole e medie imprese è fortemente frenato da controlli antiriciclaggio e normative di conformità applicate in chiave iper-restrittiva, allungando i tempi di erogazione dei finanziamenti proprio quando il mercato richiederebbe decisioni immediate. Questa stratificazione amministrativa mostra infine il suo volto peggiore nella sanità e nei servizi alla persona, dove le lungaggini per le gare d’appalto e le sovrastrutture dirigenziali si traducono direttamente in liste d’attesa interminabili e in ritardi nell’acquisizione di tecnologie mediche avanzate, dimostrando che l’inefficienza non è più solo un danno economico ma diventa un costo sociale inaccettabile sulla pelle dei cittadini.
Per scardinare questo sistema non servono riforme parziali ma una svolta radicale che preveda l’estensione del modello commissariale della ZES per tutte le autorizzazioni industriali rilevanti, l’applicazione assoluta del principio del silenzio-assenso digitale entro termini perentori e una reale responsabilizzazione dei funzionari pubblici per i danni economici causati dai ritardi ingiustificati. Solo trasformando la cultura della dilazione in una cultura della responsabilità potremo evitare che la forma prevalga sulla sostanza e permettere al nostro Paese di valorizzare finalmente il proprio genio imprenditoriale nel mondo.

