Sopravvive ancora oggi, seppur con fatica e in contesti sempre più ristretti, la tradizione della produzione casalinga della passata di pomodori San Marzano. Una pratica profondamente radicata nella cultura contadina e familiare del Sud Italia, che per decenni ha scandito le estati di intere generazioni, trasformando cortili, terrazzi e cucine in piccoli laboratori domestici.
La preparazione della passata non era un gesto improvvisato, ma un vero e proprio rito, regolato da attenzioni precise tramandate nel tempo. Fondamentale era la cura dell’igiene: i contenitori di vetro venivano lavati e bolliti a lungo, così come i tappi, per garantire la conservazione del prodotto ed evitare contaminazioni. Solo seguendo scrupolosamente queste regole si otteneva una passata sicura, genuina e capace di accompagnare i pasti di un intero anno, simbolo concreto di autosufficienza alimentare e di rispetto per il cibo.
Per molti di noi, oggi, questa pratica appartiene più al territorio del ricordo che a quello dell’esperienza diretta. Per qualcuno è una memoria affettuosa, per altri persino un piccolo incubo domestico: le sveglie all’alba, in orari antelucani, le cassette di pomodori da lavare, tagliare e passare, il caldo estivo che rendeva il lavoro ancora più faticoso. E non mancavano i disagi fisici: il contatto prolungato con i pomodori, ricchi di istamina, provocava spesso pruriti e irritazioni, soprattutto alle pelli più sensibili.
Eppure, proprio in quella fatica condivisa si concentrava un forte senso di comunità e di appartenenza. Le fotografie storiche che raccontano questi momenti non mostrano solo un’attività domestica, ma restituiscono l’immagine di un tempo in cui il cibo era anche relazione, collaborazione e memoria collettiva. Un patrimonio culturale che, pur affievolendosi, continua a sopravvivere nei racconti, negli album di famiglia e in quei pochi gesti che ancora resistono al passare del tempo.
Riportiamo alcune foto, “rubate” di passaggio di questa antica e squisita tradizione:




