Il Futuro non si eredita, si crea: La crisi come chiamata all’Impresa

Riflessioni ed opinioni di Salvatore Guerriero, Presidente della Confederazione delle Imprese del Mondo

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Da qualche tempo siamo giustamente allarmati dalla cosiddetta “società dell’eredità”. La constatazione è  innegabile. Per la prima volta nella storia recente, il lavoro da solo non basta più a garantire dignità e mobilità sociale.
Osserviamo una massa critica di giovani, i più istruiti di sempre, intrappolati in una precarietà economica dove la vera discriminante tra sicurezza e fragilità è il patrimonio familiare accumulato, non il talento espresso o l’impegno profuso.

È un monito severo al nostro sistema. L’enorme trasferimento di 5 trilioni di euro di ricchezza intergenerazionale in Europa entro il 2025 – la più grande redistribuzione privata di sempre – non può e non deve essere visto come una soluzione. Al contrario, è un sintomo di un sistema produttivo stagnante. Se la ricchezza cambia mano senza generare nuova energia, significa che il motore dell’economia reale è in affanno.

Non possiamo accettare che l’eredità diventi una forma di nuovo feudalismo economico che blocca l’ascensore sociale.

Come rappresentante del mondo imprenditoriale, affermo con forza che questa crisi non è un vicolo cieco, ma una chiamata urgente a ripensare lo studio, l’impresa e l’innovazione come unico, vero motore di progresso e autonomia.

Il problema non è che la ricchezza esiste; il problema è che quella ricchezza, se non viene investita in modo produttivo, diventa un peso, un cuscinetto che riempie i vuoti sociali anziché creare nuove opportunità. Il vero paradosso non è il trasferimento di denaro, ma la sua mancata trasformazione in capitale produttivo e umano.

La soluzione a questa crescente immobilità sociale non risiede solo nella redistribuzione passiva, ma nella generazione attiva di nuovo valore.

Dobbiamo catalizzare la ricchezza ereditata, incanalarla da “bene rifugio” a capitale di rischio e di investimento in start-up, ricerca, sviluppo e infrastrutture produttive. Dobbiamo offrire gli strumenti finanziari e le opportunità di venture capital, affinché i giovani, anche quelli che ereditano un piccolo capitale, possano trasformarlo in una nuova impresa o in  un’innovazione di successo. L’eredità deve finanziare l’autonomia, non la dipendenza.

Non possiamo più limitarci a sostenere posti di lavoro esistenti. Dobbiamo creare i lavori del futuro . L’impresa ha il dovere di investire massicciamente in formazione continua e specializzata, colmando il divario tra le competenze offerte dal sistema educativo e quelle richieste dall’Industria 5.0. Solo l’innovazione radicale apre le porte a settori ad alto valore aggiunto, con salari adeguati e stabilità, restituendo al lavoro il suo potere emancipatore.

Se il futuro dipende solo dal punto di partenza economico, il merito diventa un’illusione. Le imprese devono essere i fari di sostegno del merito e dell’impegno, promuovendo modelli di governance e performance che premino il talento, le idee e il lavoro indipendentemente dalla provenienza o dal patrimonio familiare.

Il patto generazionale  non può ridursi alla sola giustizia fiscale. Deve essere innanzitutto un vero patto di crescita imprenditoriale.

Chiediamo ai governi un quadro normativo che incentivi l’investimento a lungo termine, la semplificazione burocratica per chi crea e assume, e una fiscalità che premi chi trasforma il capitale ereditato in energia produttiva.

Il futuro non è un’eredità da gestire, ma un territorio da conquistare. È nostro compito, come leader di impresa, ridare speranza alle nuove generazioni, dimostrando che l’impegno e l’innovazione rimangono la via maestra per l’autonomia e per un progresso che non sia solo economico, ma profondamente sociale e meritocratico. Solo così, il talento potrà prevalere sul patrimonio, e la speranza tornerà ad essere il vero capitale umano della nostra Europa.