Europa e Cina: perché l’UE deve cambiare strategia (e cosa c’entra davvero l’Italia)

Secondo un nuovo studio pubblicato dall’European Council on Foreign Relations e firmato da Tobias Gehrke e Nina Schmelzer, l’Unione Europea si trova in un momento decisivo nei rapporti con la Cina. Il documento – “Beijing Hold’em: European cards against Chinese coercion” – analizza come Pechino utilizzi sempre più spesso la pressione economica come strumento politico e come l’Europa, pur apparendo vulnerabile, disponga in realtà di leve molto più forti di quanto comunemente si creda. Non è un’analisi tecnica per specialisti, ma un invito a ripensare il modo in cui l’UE affronta una delle sue sfide strategiche più delicate. Una questione che riguarda da vicino anche l’Italia, perché molte delle dinamiche descritte – dalle dipendenze industriali alle infrastrutture critiche – toccano direttamente il nostro sistema economico e il nostro posizionamento internazionale.

 

Quando si parla di rapporti tra Europa e Cina, spesso si ha l’impressione di trovarsi davanti a un gigante e a un continente in affanno. La Cina controlla materiali cruciali, produce a ritmi che l’Europa non riesce a eguagliare e avanza in settori tecnologici strategici. Ma un nuovo studio dell’European Council on Foreign Relations ribalta questa percezione: l’Europa non è affatto priva di potere, semplicemente non lo sta usando in modo coerente. È questo il punto di partenza per capire il dibattito attuale.

Negli ultimi anni l’UE ha puntato soprattutto a ridurre le dipendenze dalla Cina, diversificando fornitori e rafforzando le proprie filiere produttive. Una strategia sensata, ma insufficiente in un mondo in cui Pechino ha trasformato la pressione economica in uno strumento ufficiale di politica estera. Oggi la Cina dispone di sanzioni, controlli alle esportazioni, blacklist, strumenti codificati e pronti all’uso. L’Europa, invece, tende a muoversi solo quando è già sotto pressione, finendo per negoziare da una posizione di svantaggio.

Il paper propone quindi un cambio di passo: costruire una vera dottrina di deterrenza economica, basata sul principio “escalate to negotiate”. Significa che l’UE deve essere in grado di mostrare, e se necessario applicare, misure economiche che inducano la Cina a trattare da pari a pari. Non si tratta di provocare, ma di evitare di essere costretti ogni volta a scegliere tra due mali: resistere pagando subito un prezzo alto, oppure cedere e perdere autonomia nel lungo periodo.

Secondo la coautrice Nina Schmelzer, questo è il momento decisivo per due motivi. Primo: la Cina ha ormai formalizzato la sua strategia coercitiva, rendendola prevedibile e strutturata. Secondo: Pechino oggi ha un vantaggio concreto, soprattutto grazie al controllo dei minerali critici. Se l’Europa non reagisce, rischia di ritrovarsi con la Cina in grado di esercitare un potere di veto sulla transizione verde e sulla produzione militare europea. Non è solo una questione economica: riguarda l’industria, la tecnologia e perfino la sicurezza.

Il paradosso è evidente: la transizione verde europea, pensata per rafforzare l’autonomia del continente, rischia invece di aumentare la dipendenza da Pechino. Auto elettriche, batterie, turbine eoliche: quasi tutto richiede materiali o componenti che la Cina controlla. Per questo il paper mappa le “carte” che l’Europa può giocare: limitazioni all’export, restrizioni all’import, controllo delle infrastrutture critiche, leve tecnologiche e una serie di mosse straordinarie. Si va da semplici segnali politici fino a misure quasi da decoupling.

Un esempio concreto riguarda i porti e la cantieristica navale, settori in cui la Cina domina. L’Europa potrebbe escludere fornitori cinesi dalle infrastrutture portuali, limitare la proprietà, imporre tasse sui servizi portuali o perfino forzare la vendita di quote cinesi. E qui emerge un punto spesso ignorato: l’Europa non è solo vulnerabile alla Cina, ma è anche fondamentale per la stabilità del modello economico cinese. Il mercato europeo assorbe una parte enorme della sovrapproduzione industriale di Pechino. Limitare questo accesso, se fatto con precisione, può diventare una leva potentissima.

Resta però la domanda: siamo ancora in tempo? Secondo il paper sì, ma non per tutto. Alcuni settori – come l’eolico, le batterie e i veicoli elettrici – possono ancora essere salvati. Altri, come il solare, potrebbero essere già compromessi. E poi c’è il nodo politico: l’industria europea è divisa. Alcuni settori, come la meccanica tedesca, chiedono misure più dure contro la Cina. Altri, come l’automotive, preferiscono mantenere gli attuali vantaggi di costo, anche se questo rischia di trasformarsi in un boomerang nel medio periodo.

Il problema di fondo è culturale: l’Europa è stata per decenni una “potenza normativa”, abituata a influenzare il mondo attraverso regole e standard. Ora deve diventare anche una potenza geopolitica, capace di gestire rapporti di forza in un contesto molto meno cooperativo. E deve superare la sua storica prudenza nel non voler irritare Pechino.

Tra gli strumenti più sottovalutati ci sono le restrizioni all’export, soprattutto nei settori in cui l’Europa è leader mondiale, come l’aeronautica. Limitare i pezzi di ricambio per le flotte Airbus in Cina, ad esempio, avrebbe un impatto enorme. Eppure se ne parla pochissimo.

Tutto converge su un punto: il tempo. Se la Cina bloccasse domani l’export di terre rare, l’Europa sarebbe in difficoltà seria. Per questo gli autori insistono: serve un “playbook” da applicare subito, per evitare di trovarsi sempre davanti allo stesso dilemma.

Ed è qui che entra in gioco anche il dibattito italiano. Pur trattandosi di una strategia europea, in Italia la discussione si concentra spesso sul rapporto Italia‑Cina perché il nostro Paese è stato l’unico del G7 a firmare la Belt and Road Initiative, perché alcune infrastrutture strategiche – soprattutto portuali – hanno partecipazioni cinesi, e perché molti settori industriali italiani dipendono fortemente da componenti o materiali provenienti da Pechino. In altre parole, ogni scelta europea verso la Cina ha un impatto immediato e tangibile sull’economia italiana. Ecco perché, quando si parla di Europa e Cina, in Italia sembra sempre di parlare soprattutto di noi.