PMI – Relazione-studio sulle regioni italiane (Storia, identità, territori e futuro della Repubblica)

RELAZIONE-STUDIO

LE REGIONI ITALIANE

Storia, identità, territori e futuro della Repubblica

Salvatore Guerriero

Presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI INTERNATIONAL

Dottore in Scienze Politiche – indirizzo storico-politico

Agosto 2026

 

 

Prefazione del Presidente

Questa relazione nasce da una domanda che considero oggi necessaria: prima di discutere quanto potere attribuire alle Regioni, abbiamo verificato se le Regioni così come sono state costruite e territorialmente delimitate continuino a rappresentare in modo efficace l’Italia reale?

La domanda non nasce contro le Regioni e non nasce da una posizione precostituita. Nasce dalla storia. Le Regioni furono previste dalla Costituzione del 1948, ma quelle a statuto ordinario divennero effettivamente operative soltanto nel 1970. Nel frattempo l’Italia ha attraversato trasformazioni economiche, sociali, demografiche e infrastrutturali enormi.

Il miracolo economico italiano, sviluppatosi soprattutto tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, costituisce un dato storico che merita di essere ricordato: quella grande stagione di crescita si realizzò prima dell’avvio delle Regioni ordinarie. Non è corretto stabilire un rapporto causale tra i due fenomeni, ma è legittimo chiedersi quali risultati il regionalismo abbia prodotto successivamente e se l’attuale organizzazione territoriale sia ancora adeguata alle esigenze del Paese.

Da qui nasce la mia proposta: non una nuova contrapposizione politica, non un progetto precostituito di modifica dei confini, ma una seria verifica nazionale, storica, economica, geografica, sociale e istituzionale.

Come Presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo sento questa responsabilità anche oltre gli interessi delle imprese. Un territorio efficiente aiuta le imprese, ma prima ancora migliora la vita delle persone. Infrastrutture, sanità, scuola, università, servizi pubblici, mobilità, sicurezza, lavoro e capacità amministrativa sono parti della stessa questione.

Per questo considero il tema delle Regioni una questione nazionale. L’Italia deve riuscire a valorizzare le sue molte identità senza trasformarle in divisioni. Le Regioni devono essere strumenti attraverso i quali le comunità partecipano alla costruzione dell’interesse nazionale.

La riflessione che segue vuole dunque essere una provocazione responsabile: non chiede di cambiare l’Italia prima di averla studiata. Chiede, al contrario, di studiare l’Italia di oggi prima di decidere come amministrarla domani.

«Prima lo studio, poi il giudizio. Prima la conoscenza della realtà, poi le eventuali decisioni politiche.»

 

 

Premessa

Il dibattito sulle Regioni italiane è tornato al centro della discussione politica nazionale. L’autonomia differenziata, il rapporto tra Stato e Regioni, la distribuzione delle competenze, le risorse finanziarie e la garanzia uniforme dei diritti hanno riaperto una questione che accompagna la Repubblica praticamente dalla sua nascita.

Affrontare oggi il tema soltanto attraverso la contrapposizione tra favorevoli e contrari all’autonomia significherebbe considerare soltanto una parte del problema. La questione è più profonda: prima di chiederci quante competenze debbano essere attribuite alle Regioni, dovremmo chiederci perché furono create, quale funzione i Costituenti immaginarono per esse, quali risultati abbiano prodotto nei decenni successivi e, soprattutto, se la geografia amministrativa regionale corrisponda ancora alla geografia economica, sociale, culturale e storica dell’Italia reale.

La presente relazione non intende assumere una posizione ideologica sul regionalismo. Propone una riflessione storico-politica aperta, nella quale anche le domande più scomode possano essere affrontate con metodo, dati e rispetto dell’interesse generale.

1. Prima delle Regioni: il problema dell’unità italiana

L’idea di articolare l’Italia attraverso grandi autonomie territoriali non nasce con la Costituzione del 1948. Già dopo l’Unità, i progetti di Farini e Minghetti avevano immaginato forme di decentramento territoriale. Prevalse tuttavia la necessità politica di consolidare il nuovo Stato italiano attraverso un forte accentramento amministrativo.

Era una scelta comprensibile nel contesto storico dell’epoca. L’Italia era appena nata e presentava differenze profonde tra territori che per secoli avevano avuto ordinamenti, tradizioni amministrative, economie, culture ed esperienze statuali differenti. Prima ancora di costruire un sistema articolato di autonomie, il nuovo Stato doveva costruire se stesso.

Il regionalismo tornò successivamente nel dibattito politico, anche attraverso la cultura cattolica e popolare e il pensiero di Luigi Sturzo, che vedeva nell’autonomia territoriale uno strumento per superare il centralismo senza mettere in discussione l’unità nazionale. Il fascismo interruppe questa evoluzione e rafforzò ulteriormente la concentrazione del potere.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il problema delle autonomie assunse anche un significato democratico: occorreva costruire uno Stato capace di garantire l’unità nazionale senza ricadere nella concentrazione assoluta del potere.

2. La Costituente: autonomia contro centralismo?

La realtà fu più complessa di una semplice contrapposizione tra centralisti e regionalisti. L’Assemblea Costituente si trovò davanti a una domanda fondamentale: come distribuire il potere all’interno della nuova Repubblica?

Una parte dei Costituenti riteneva la Regione necessaria per avvicinare le istituzioni ai cittadini, valorizzare le comunità territoriali e superare il centralismo burocratico. Altri temevano la moltiplicazione degli apparati, l’aumento della spesa, la sovrapposizione delle competenze e soprattutto il rischio che le autonomie potessero trasformarsi in una forma di frammentazione dello Stato.

Il compromesso finale trovò una formulazione essenziale nell’articolo 5 della Costituzione: la Repubblica è una e indivisibile, ma riconosce e promuove le autonomie locali. Queste due affermazioni non furono concepite come alternative. L’idea costituzionale originaria era che l’autonomia potesse rafforzare, e non indebolire, l’unità nazionale.

L’articolo 131 elenca le Regioni che compongono la Repubblica, mentre l’articolo 132 disciplina le possibilità di fusione, creazione di nuove Regioni e distacco di Comuni o Province da una Regione per aggregarli a un’altra, secondo procedure democratiche e legislative.

3. Una Costituzione regionalista, ma Regioni rimaste sulla carta

La Costituzione entrò in vigore il 1° gennaio 1948, ma le Regioni a statuto ordinario non divennero immediatamente operative. Le Regioni a statuto speciale ebbero un percorso differente, determinato da condizioni storiche, linguistiche, geografiche e internazionali particolari.

Le Regioni ordinarie rimasero invece per oltre vent’anni in una condizione di sostanziale inattività. Solo nel 1968 venne approvata la legge elettorale regionale e nel 1970 furono create le condizioni finanziarie e istituzionali per l’avvio effettivo del sistema. Il 7 giugno 1970 si tennero le prime elezioni dei Consigli delle quindici Regioni a statuto ordinario.

Bisogna quindi distinguere nettamente tra la nascita costituzionale delle Regioni nel 1948 e la loro nascita politica e amministrativa nel 1970. La scelta regionale fu costituzionale, ma la sua attuazione fu anche il risultato di una precisa decisione politica maturata nel tempo.

4. La grande provocazione: il miracolo economico senza le Regioni ordinarie

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta l’Italia visse il cosiddetto miracolo economico. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta il Paese attraversò una straordinaria fase di industrializzazione, aumento della produttività, crescita delle esportazioni, investimenti, urbanizzazione, aumento dei consumi e mobilità sociale.

L’Italia agricola diventò progressivamente industriale. Milioni di persone cambiarono lavoro, città e condizioni di vita.

Eppure, durante quella straordinaria stagione, le quindici Regioni a statuto ordinario non erano ancora operative.

Naturalmente sarebbe scientificamente scorretto sostenere che il miracolo economico sia stato determinato dall’assenza delle Regioni. La crescita fu il risultato di una combinazione di fattori: ricostruzione postbellica, investimenti, produttività, industrializzazione, apertura internazionale, integrazione europea, infrastrutture, energia, disponibilità di manodopera e capacità imprenditoriale.

Ma il dato storico consente una provocazione: se l’Italia realizzò il più straordinario ciclo di crescita della sua storia repubblicana prima dell’attuazione delle Regioni ordinarie, quale valore aggiunto ha prodotto il regionalismo nei decenni successivi?

Non è una domanda contro le Regioni. È una domanda sulle loro prestazioni. Ogni grande riforma istituzionale dovrebbe essere valutata anche attraverso i risultati che produce: efficienza, riduzione delle disuguaglianze territoriali, qualità dei servizi, infrastrutture, sviluppo e capacità amministrativa.

Questa verifica non può essere ideologica. Deve essere storica, economica, sociale e istituzionale.

5. Ma esiste una domanda ancora più importante: quali Regioni?

La discussione italiana si è concentrata per decenni sulla quantità di potere da attribuire alle Regioni. Forse oggi dovremmo iniziare a porci una domanda precedente: le Regioni che abbiamo sono ancora quelle giuste?

La geografia amministrativa regionale italiana è legata, in larga misura, a partizioni territoriali di origine storica e statistica. Quando le Regioni ordinarie divennero operative nel 1970, il Paese era già profondamente diverso dall’Italia nella quale quelle circoscrizioni erano state concepite. Oggi, dopo oltre mezzo secolo di trasformazioni economiche, demografiche, infrastrutturali e sociali, la distanza può essere ancora maggiore.

La questione non riguarda soltanto i confini. Riguarda il concetto stesso di territorio.

6. Regione amministrativa, Regione storica, Regione economica e Regione reale

Un territorio può essere contemporaneamente Regione amministrativa, regione storica, regione culturale, regione economica, regione geografica e regione funzionale. Ma queste dimensioni non necessariamente coincidono.

Una popolazione può appartenere amministrativamente a una Regione e avere rapporti economici, commerciali, sanitari, universitari e culturali più intensi con territori di una Regione confinante. Un’impresa può operare quotidianamente oltre il confine regionale; un lavoratore può vivere in una Regione e lavorare in un’altra; uno studente può risiedere in una Regione e frequentare un’università situata in un’altra; un cittadino può rivolgersi a un ospedale di una Regione confinante perché più vicino o più qualificato.

Le infrastrutture attraversano continuamente i confini amministrativi. Il turismo costruisce itinerari territoriali che raramente coincidono con i confini regionali. La filiera produttiva moderna, ancora meno.

La geografia economica dell’Italia è quindi molto più complessa della sua geografia amministrativa.

7. Le Regioni devono rappresentare i territori

Le Regioni non dovrebbero essere concepite soltanto come articolazioni burocratiche dello Stato. Devono rappresentare comunità territoriali.

Una comunità territoriale non è fatta soltanto di confini amministrativi. È fatta di storia, cultura, tradizioni, relazioni economiche, identità, servizi, infrastrutture, interessi comuni e soprattutto di persone.

Le diverse identità territoriali italiane non sono un ostacolo all’unità nazionale. Sono la materia attraverso la quale l’unità nazionale si costruisce.

La voce dell’Italia deve essere la sintesi delle voci dei suoi territori.

Non dobbiamo cancellare le differenze per costruire l’unità. Dobbiamo essere capaci di mettere insieme le differenze. È questo, a mio avviso, il senso più moderno dell’autonomia.

8. Ma cosa accade quando un territorio non si riconosce più nella propria Regione?

Esistono, nella storia recente della Repubblica, diversi casi nei quali Comuni hanno chiesto di essere distaccati dalla Regione di appartenenza e aggregati a una Regione confinante. Non si tratta quindi soltanto di un’ipotesi teorica.

La Costituzione stessa, all’articolo 132, prevede la possibilità che Province e Comuni siano distaccati da una Regione e aggregati a un’altra attraverso referendum e legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali. Il principio dimostra che i confini regionali non sono considerati intangibili.

Questi casi non devono essere automaticamente interpretati come rifiuto della propria Regione. Possono essere il risultato di esigenze amministrative, economiche, culturali, geografiche o di una diversa percezione dei rapporti territoriali.

Rappresentano comunque un segnale che merita di essere studiato.

9. I casi concreti: quando le comunità hanno chiesto di cambiare Regione

Il Senato ha ricostruito i referendum svolti dal 2005 e le iniziative legislative presentate nelle diverse legislature in attuazione dell’articolo 132. Tra i casi più significativi figurano il passaggio di sette Comuni dell’Alta Valmarecchia dalle Marche all’Emilia-Romagna, quello di Sappada dal Veneto al Friuli-Venezia Giulia e quello di Montecopiolo e Sassofeltrio dalle Marche all’Emilia-Romagna. Sono inoltre documentate consultazioni e iniziative legislative riguardanti territori veneti e lombardi interessati al Trentino-Alto Adige/Südtirol.

Il punto non è sostenere che i territori vogliano cambiare Regione. Il punto è riconoscere che, in alcune realtà, esiste una domanda di verifica dell’appartenenza regionale che deve essere ascoltata e valutata democraticamente.

La conclusione corretta è quindi: in alcuni territori esiste una domanda di verifica dell’appartenenza regionale che merita uno studio oggettivo.

10. Alta Valmarecchia: quando la geografia amministrativa è cambiata

Uno degli esempi più importanti riguarda sette Comuni della provincia di Pesaro-Urbino: Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello.

Questi Comuni furono distaccati dalle Marche e aggregati all’Emilia-Romagna, nell’ambito della provincia di Rimini, con la legge 3 agosto 2009, n. 117.

Il caso è significativo perché la stessa legge richiamò i particolari legami storici, economici e culturali con i Comuni limitrofi della provincia di Rimini.

Dimostra concretamente che la coerenza territoriale può essere diversa dalla semplice appartenenza amministrativa.

11. Montecopiolo e Sassofeltrio: la volontà popolare e il passaggio realizzato

Montecopiolo e Sassofeltrio rappresentano un altro caso ormai concluso. I due Comuni votarono nel giugno 2007 per il distacco dalle Marche e l’aggregazione all’Emilia-Romagna.

L’iter si concluse con la legge 28 maggio 2021, n. 84, che dispose il distacco dei due Comuni dalla Regione Marche e la loro aggregazione alla Regione Emilia-Romagna, nell’ambito della provincia di Rimini. La legge richiamò espressamente la loro particolare collocazione territoriale e i peculiari legami storici, economici e culturali con i Comuni limitrofi della provincia di Rimini.

È un esempio importante perché mostra quanto possa essere lungo il percorso tra la volontà espressa dalle comunità e la decisione legislativa definitiva.

12. Sappada: un passaggio effettivamente realizzato

Sappada rappresenta uno degli esempi più chiari. Dopo il referendum favorevole del 2008, il Parlamento approvò la legge 5 dicembre 2017, n. 182, che dispose il distacco del Comune dal Veneto e la sua aggregazione al Friuli-Venezia Giulia, nell’ambito della provincia di Udine.

Sono trascorsi quasi dieci anni tra referendum e legge. Il caso dimostra sia che la geografia regionale italiana può cambiare sia che il procedimento è complesso e richiede tempi istituzionali lunghi.

13. Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana e Colle Santa Lucia

Nel 2007 i cittadini di Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana e Colle Santa Lucia furono chiamati a votare sulla proposta di distacco dal Veneto e aggregazione al Trentino-Alto Adige/Südtirol. La consultazione si concluse con un risultato favorevole e seguirono iniziative parlamentari per dare seguito alla volontà referendaria.

Il caso mostra ancora una volta la distanza possibile tra volontà locale e decisione nazionale. Non è però un motivo per concludere che il confine debba necessariamente essere modificato: è un motivo per studiare il rapporto tra volontà territoriale, procedure costituzionali e interesse generale.

14. Magasa e Valvestino: una questione territoriale persistente

Nel 2008 i Comuni di Magasa e Valvestino, allora in Lombardia, votarono favorevolmente per il distacco e l’aggregazione al Trentino-Alto Adige/Südtirol.

La vicenda è significativa anche perché l’argomento è rimasto oggetto di iniziative parlamentari negli anni successivi. Il dato politico è importante: una domanda territoriale nata molti anni fa può rimanere presente nel tempo.

Questo non significa che debba essere accolta automaticamente. Significa che, quando una domanda persiste, il sistema istituzionale dovrebbe avere strumenti capaci di valutarla con criteri chiari e tempi ragionevoli.

15. Pedemonte e la continuità della questione territoriale

Anche Pedemonte, in Veneto, costituisce un ulteriore esempio di iniziativa volta a valutare il distacco dal Veneto e l’aggregazione al Trentino-Alto Adige/Südtirol.

La persistenza di iniziative parlamentari su questi territori conferma che la questione della coerenza dei confini regionali non appartiene soltanto alla storia della Prima Repubblica. È ancora una questione contemporanea.

16. Non tutti i referendum hanno prodotto una richiesta di cambiamento

È importante non costruire una rappresentazione unilaterale. Non tutte le consultazioni hanno prodotto una volontà di cambiare Regione.

Vi sono stati casi nei quali non è stata raggiunta la partecipazione richiesta o nei quali il risultato non è stato favorevole al distacco. Questo elemento è fondamentale: non si deve sostenere che i territori italiani vogliano cambiare Regione. La conclusione corretta è che, in alcune aree, esiste una domanda territoriale che può essere verificata democraticamente e che non dovrebbe essere ignorata.

17. Una prima mappa delle richieste di cambiamento

I principali casi documentati comprendono: Alta Valmarecchia, dalle Marche all’Emilia-Romagna; Sappada, dal Veneto al Friuli-Venezia Giulia; Montecopiolo e Sassofeltrio, dalle Marche all’Emilia-Romagna. Sono inoltre documentate consultazioni favorevoli e iniziative legislative relative a Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana e Colle Santa Lucia, dal Veneto al Trentino-Alto Adige/Südtirol; Magasa e Valvestino, dalla Lombardia al Trentino-Alto Adige/Südtirol; Pedemonte, dal Veneto al Trentino-Alto Adige/Südtirol, oltre ad altri casi esaminati dalla documentazione parlamentare.

La mappa non va letta come un programma di modifica dei confini. È una mappa di domande territoriali, alcune concluse, altre non concluse, che testimoniano la necessità di comprendere meglio il rapporto tra amministrazione e territorio.

18. Il dato politico che emerge

L’Italia non è una realtà immobile. I territori cambiano. Cambiano le economie, i collegamenti, i flussi di popolazione, le relazioni tra città e aree interne, le università di riferimento, i servizi sanitari, le reti commerciali, le infrastrutture e le filiere produttive.

Quando cambia il territorio reale, può accadere che il territorio amministrativo non riesca più a rappresentarlo perfettamente.

Non è una ragione per modificare automaticamente i confini. È una ragione per verificare se essi siano ancora funzionali.

19. Per questo serve una verifica nazionale, non una nuova guerra politica

Alla luce di questa ricostruzione, l’Italia potrebbe aprire una grande stagione di studio sull’ordinamento territoriale.

Non per abolire le Regioni. Non per moltiplicarle. Non per favorire il Nord contro il Sud. Non per rafforzare Roma contro i territori.

Occorrerebbe invece una Commissione nazionale di studio sul futuro dell’ordinamento territoriale italiano, coinvolgendo costituzionalisti, storici, geografi, economisti, sociologi, amministrativisti, università, Regioni, Comuni, rappresentanze sociali e mondo produttivo.

La Commissione dovrebbe elaborare una nuova fotografia dell’Italia, sovrapponendo geografia storica, culturale, demografica, economica, infrastrutturale, dei servizi, delle filiere produttive e dei flussi quotidiani della popolazione, insieme alla volontà espressa dalle comunità locali.

Soltanto dopo questa verifica avrebbe senso discutere se l’attuale sistema regionale debba essere confermato, corretto o, eventualmente, ripensato in alcune sue parti.

20. Il rapporto tra autonomia e interesse nazionale

L’autonomia differenziata deve essere inserita dentro questo quadro. Non può essere soltanto una distribuzione di competenze o di risorse e non può trasformarsi in una competizione tra territori.

L’autonomia deve essere accompagnata da responsabilità, trasparenza, controllo dei risultati e solidarietà nazionale.

Il punto di equilibrio dovrebbe essere chiaro: più autonomia dove essa produce efficienza; più coordinamento nazionale dove sono in gioco diritti fondamentali e interessi strategici del Paese; più responsabilità per chi governa; più solidarietà verso i territori che partono da condizioni più difficili.

21. La prospettiva del mondo produttivo

Come Presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo, ritengo necessario sottolineare che questa riflessione non può essere condotta soltanto dal punto di vista del mondo produttivo.

Le imprese hanno bisogno di amministrazioni efficienti, infrastrutture, tempi certi, energia, formazione, innovazione, credito, giustizia amministrativa e regole chiare. Ma queste condizioni non sono soltanto condizioni per fare impresa: sono condizioni per vivere e lavorare in un Paese moderno.

Quando una pubblica amministrazione funziona meglio, ne beneficia l’impresa ma anche il cittadino. Quando una scuola è più efficiente, ne beneficia il sistema produttivo ma soprattutto il giovane. Quando un ospedale funziona, ne beneficia l’economia ma prima ancora la persona. Quando un territorio è collegato, ne beneficia l’investimento ma anche la comunità.

L’interesse del mondo produttivo coincide quindi, in larga misura, con l’interesse generale.

22. La vera domanda: l’Italia amministrativa coincide ancora con l’Italia reale?

Dopo questa ricostruzione, la domanda conclusiva non può essere soltanto: quanta autonomia dare alle Regioni?

La domanda deve essere più coraggiosa: le Regioni italiane, così come sono oggi territorialmente configurate, rappresentano ancora nel modo migliore le comunità che sono chiamate a governare?

Potremmo scoprire che in molte parti d’Italia l’attuale configurazione funziona perfettamente. Potremmo scoprire che in altre esistono problemi di coerenza territoriale. Potremmo scoprire che alcuni territori necessitano soltanto di migliori collegamenti interregionali e che altri desiderano realmente cambiare appartenenza.

L’importante è non decidere prima di aver conosciuto la realtà.

23. La lezione della storia

I Costituenti non costruirono un sistema perfetto. Costruirono un sistema possibile, attraverso un compromesso tra esigenze differenti: unità nazionale, autonomia, decentramento, solidarietà e rappresentanza territoriale.

Ma l’Italia del 2026 non è quella del 1948 e non è neppure quella del 1970. È un Paese profondamente trasformato.

Per questo non dobbiamo avere paura di verificare ciò che abbiamo costruito. Una Repubblica sicura della propria unità non teme di discutere i propri assetti territoriali. La capacità di verificare e correggere le proprie istituzioni è una prova di maturità democratica.

Precisazione metodologica e istituzionale

È necessario chiarire con assoluta precisione la natura e l’obiettivo di questa relazione.

La presente relazione non contiene alcuna proposta precostituita di modifica dei confini regionali, né intende mettere in discussione l’ordinamento regionale nel suo complesso.

Non si propone, dunque, di abolire le Regioni, di aumentarne il numero o di ridisegnare arbitrariamente la geografia amministrativa della Repubblica.

Si propone, più semplicemente e più responsabilmente, di aprire una fase di studio e di verifica, libera da pregiudizi ideologici, nella quale accertare se l’attuale organizzazione territoriale continui a corrispondere alle esigenze dell’Italia contemporanea.

La Costituzione stessa non considera immutabile la geografia regionale. L’articolo 132 prevede, attraverso procedure democratiche e parlamentari, la possibilità che Province e Comuni siano distaccati da una Regione e aggregati a un’altra, sentiti i Consigli regionali. Questo principio non deve essere interpretato come un incentivo a modificare continuamente i confini, ma come il riconoscimento che le istituzioni territoriali devono essere capaci di confrontarsi con l’evoluzione della società e dei territori che rappresentano.

Pertanto, l’eventuale emersione di situazioni nelle quali un territorio manifesti una diversa esigenza di appartenenza non deve essere né incoraggiata né ostacolata per ragioni politiche precostituite. Deve essere ascoltata, studiata e valutata secondo criteri oggettivi, nel rispetto della Costituzione, della volontà delle popolazioni interessate e dell’interesse generale della Repubblica.

La domanda che questa relazione pone, quindi, non è «quali Regioni dobbiamo cambiare?», ma una domanda più seria: «L’attuale geografia amministrativa regionale rappresenta ancora nel modo più efficace la realtà economica, sociale, culturale, storica e territoriale dell’Italia contemporanea?»

Solo dopo aver dato una risposta scientificamente fondata a questa domanda sarà possibile stabilire se l’attuale assetto debba essere confermato, corretto, integrato o, eventualmente, ripensato in alcune sue parti.

Prima lo studio, poi il giudizio. Prima la conoscenza della realtà, poi le eventuali decisioni politiche.

24. Conclusione

Le Regioni possono rappresentare una straordinaria risorsa per l’Italia se sono realmente capaci di interpretare i territori, valorizzarne le differenze, assumersi responsabilità e contribuire alla costruzione dell’interesse nazionale.

Una Regione non può essere considerata forte semplicemente perché possiede molte competenze. È forte se il cittadino la percepisce come vicina, se l’impresa la considera efficace, se il territorio la riconosce come propria, se riesce a trasformare le peculiarità locali in sviluppo e se, contemporaneamente, contribuisce alla forza della Repubblica.

Non venti Italie. Non una sola Italia amministrata esclusivamente dal centro. Ma una sola Italia costruita attraverso la forza dei suoi territori.

Le diverse Regioni, con le loro tradizioni, culture, identità, vocazioni economiche e caratteristiche sociali, non devono essere considerate elementi di divisione. Al contrario, proprio la loro pluralità può costituire la ricchezza sulla quale costruire una più autorevole voce nazionale.

La voce nazionale non deve cancellare le voci territoriali: deve essere la loro sintesi.

Ma per ottenere questa sintesi dobbiamo essere certi che le istituzioni territoriali rappresentino realmente i territori.

E allora la grande domanda che consegniamo al dibattito nazionale non è soltanto quella sull’autonomia differenziata.

È una domanda ancora più profonda:

«Prima di decidere quanto potere attribuire alle Regioni, abbiamo verificato se le Regioni che abbiamo siano ancora quelle più adatte a rappresentare l’Italia reale?»

La risposta non può essere affidata alle impressioni. Deve nascere da uno studio. Da dati. Dalla storia. Dall’economia. Dalla geografia. Dalla sociologia. Dalla voce delle comunità. E, quando necessario, dalla loro volontà democratica.

L’unità nazionale non significa immobilità. L’unità è la capacità di tenere insieme le differenze.

Questa è forse oggi la vera sfida della Repubblica: costruire un nuovo equilibrio tra Stato e territori, tra autonomia e solidarietà, tra identità locali e interesse nazionale, verificando anche se la geografia amministrativa ereditata dalla storia sia ancora adeguata all’Italia che viviamo.

Non si tratta di cambiare l’Italia per cambiarla. Si tratta di avere il coraggio di capire.

Se l’Italia reale è cambiata, anche le sue istituzioni devono avere la capacità di comprenderne i cambiamenti.

Questa non è una minaccia all’unità della Repubblica. È, al contrario, una possibile forma di responsabilità verso il suo futuro.

 

 

Fonti essenziali e riferimenti istituzionali

• Costituzione della Repubblica Italiana, art. 5; artt. 131-132, Senato della Repubblica.

• Senato della Repubblica, Quarantesimo anniversario della prima elezione dei Consigli regionali, 7 giugno 2010: prime elezioni delle quindici Regioni a statuto ordinario il 7 giugno 1970.

• Senato della Repubblica, Dossier n. 293, documentazione sui referendum e sulle iniziative legislative ai sensi dell’articolo 132 della Costituzione.

• Legge 3 agosto 2009, n. 117, distacco dei sette Comuni dell’Alta Valmarecchia dalla Regione Marche e aggregazione alla Regione Emilia-Romagna.

• Legge 5 dicembre 2017, n. 182, distacco del Comune di Sappada dalla Regione Veneto e aggregazione alla Regione Friuli-Venezia Giulia.

• Legge 28 maggio 2021, n. 84, distacco dei Comuni di Montecopiolo e Sassofeltrio dalla Regione Marche e aggregazione alla Regione Emilia-Romagna.

• Documentazione parlamentare e normativa relativa ai referendum di Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana, Colle Santa Lucia, Magasa, Valvestino e Pedemonte.

Nota finale

La presente relazione ha natura di studio e riflessione politico-istituzionale. Non contiene una proposta precostituita di modifica dei confini regionali. Le eventuali modifiche territoriali richiedono il rispetto delle procedure costituzionali e legislative previste dall’articolo 132 della Costituzione.

Salvatore Guerriero
Presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI INTERNATIONAL