Salute mentale materna: anche la psicologia può contribuire a ridurre la pressione stressogena sulle madri “multitasking”

Negli ultimi anni, la salute mentale delle madri ha mostrato segnali preoccupanti, specialmente negli Stati Uniti: tra il 2016 e il 2023, la quota di donne che dichiarano uno stato psicologico “eccellente” è diminuita sensibilmente, passando da circa il 38 % al 26 %, mentre sono aumentate quelle che si definiscono in condizioni “scarse” o “discrete”. Un calo particolarmente accentuato tra le madri single e quelle con un livello di istruzione più basso, secondo uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine.

A pesare non è solo la fatica fisica del quotidiano, ma anche un carico mentale spesso invisibile: pianificare, organizzare, prevenire problemi, prendersi cura dei bisogni emotivi e pratici di figli e familiari. Questo insieme di responsabilità, noto come “mental load”, è ampiamente riconosciuto come un elemento di stress cronico, che grava in modo sproporzionato sulle donne. Sebbene le percentuali varino da un contesto all’altro, diversi studi mostrano che la maggior parte della gestione familiare ricade ancora sulle madri, spesso senza alcuna forma di riconoscimento o compensazione.

A questa fatica strutturale si aggiunge l’ansia diffusa alimentata da fattori globali: instabilità economica, conflitti internazionali, crisi climatica, ma anche un’esposizione costante a modelli irrealistici veicolati dai social media. Immagini di famiglie “perfette” possono generare un senso di inadeguatezza e accentuare l’auto‑giudizio, contribuendo a cali di autostima e sintomi depressivi, come evidenziano numerose ricerche sul benessere digitale.

La connessione tra salute mentale materna e benessere dei figli è ormai consolidata in letteratura: il disagio psicologico delle madri è associato a maggiori rischi di difficoltà comportamentali o scolastiche nei bambini. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea l’importanza di un sostegno precoce alla genitorialità, riconoscendo che prendersi cura della salute mentale dei caregiver riduce l’insorgenza di criticità nel lungo periodo.

Alcuni Paesi hanno adottato misure strutturali per redistribuire in modo più equo il carico familiare. In Svezia, ad esempio, entrambi i genitori hanno diritto a 480 giorni di congedo parentale retribuito, di cui una parte è riservata obbligatoriamente a ciascun genitore. Questo ha favorito un maggiore coinvolgimento paterno, con i padri che oggi usufruiscono di circa il 30 % del totale dei giorni disponibili. Esperienze simili, adattate alle realtà locali, potrebbero contribuire anche in Italia ad alleggerire il carico materno e migliorare l’equilibrio tra vita familiare e lavorativa.

Nel nostro Paese, tuttavia, persistono criticità nei percorsi di assistenza perinatale e nel sostegno alla salute mentale materna. Secondo diverse indagini settoriali, non tutti i consultori familiari dispongono di protocolli specifici per la presa in carico dei disturbi perinatali, e la presenza di ambulatori dedicati o materiali informativi risulta ancora disomogenea sul territorio. Questo ritardo organizzativo può tradursi in un accesso difficoltoso alle cure e in un rischio maggiore di isolamento per molte madri.

Per affrontare queste sfide non bastano misure legislative o interventi puntuali: è necessaria una trasformazione culturale. Serve riconoscere la maternità come un lavoro a tempo pieno, da sostenere con servizi di prossimità, supporto psicologico gratuito e reti comunitarie capaci di ascolto e solidarietà. Perché nessuna madre dovrebbe affrontare da sola il peso quotidiano della cura.

Investire nella salute mentale delle madri significa costruire basi più solide per le generazioni future. E a volte, il cambiamento inizia da piccoli gesti: un giorno di riposo, una responsabilità condivisa, una voce che dica “non sei sola”.


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