LA TRADIZIONE STORICA DELLA CAMPANIA: La dominazione romana

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La fertilità della pianura campana e le sue potenzialità cerealicole facevano della Campania un importante obiettivo per Roma, tradizionalmente interessata alla regione per le sue necessità di approvvigionamento di grano. I Sanniti invasero la regione nella seconda metà del V secolo a.C. e la tennero fino a che i Romani non ne fecero un obiettivo della loro espansione. Dalle tre guerre sannitiche (343-290 a.C.) derivò l’occupazione della regione da parte di Roma, che fondò le colonie di Cales, Suessa, Pozzuoli, Literno e poté contare sulla loro fedeltà durante la seconda guerra punica. In quella circostanza solo Capua e pochi altri centri minori si allearono con Annibale, contrariamente a quanto avvenne nel sud d’Italia,

Dopo la caduta del Regno di Capua e la sconfitta dei Sanniti e degli Aurunci, la regione fu dunque progressivamente romanizzata. Sotto Augusto, la Campania divenne parte della Regio I (Latium et Campania). 300 anni dopo Diocleziano la elevò a provincia autonoma: la nuova Campania acquisì alcune città del Sannio e dell’attuale Irpinia, ma rimase pressoché identica nella sua forma. Fu anche nominato un governatore dall’Imperatore e il centro di potere, per tutto il periodo tardoantico, fu diviso fra Capua e Napoli, dove addirittura l’ultimo imperatore di Roma andò a ritirarsi.

L’imperatore Augusto riformò nel 7 d.C l’organizzazione amministrativa del neonato Impero, che ereditava istituzioni, regole e consuetudini ormai non più adatte ai tempi moderni. La Campania era infatti prima divisa fra le numerose popolazioni italiche di cui si è detto: le tribù sannite che scendevano dal Sannio, con i centri di Benevento e Abellinum (che in realtà è oggi Atripalda), gli Osci e gli Etruschi di Capua e Nola. Le coste e le isole, invece, avevano città in gran parte di origini greche fra cui la potentissima Cuma, Dicearchia (Pozzuoli), Pithecusa (Ischia), Partenope (Napoli). 

Così, sotto Augusto, la Campania divenne parte della Regio I (Latium et Campania), mentre Diocleziano la elevò a provincia autonoma. La storia della Regione Campania inizia dunque con la Regio I, il primo distretto amministrativo che finiva con Roma in alto (e con il fiume Sele nei limiti inferiori: Paestum e l’attuale Cilento, infatti, erano parte della Lucania et Brutii. Come territorio a sé stante, la Campania era molto più lunga (arrivava fino a Gaeta) e molto più stretta (Benevento non è mai stata parte della regione) rispetto ai confini moderni attuali. E soprattutto, il suo nome più famoso è sempre stato “Terra di Lavoro”, completamente abolito “solo” cent’anni fa. Anche le città più importanti della Campania sono cambiate nel corso del tempo: Capua, infatti, è stata per secoli regina della Terra di Lavoro molto tempo prima di Caserta (1818). E il Principato, quello che oggi è di Avellino, è stato governato per 300 anni da Montefusco: l’attuale capoluogo irpino è infatti comparso nelle amministrazioni solamente nel 1806.

Al tempo dell’Impero, la regione raggiunse il massimo splendore: le campagne producevano in abbondanza cereali, olio, agrumi e vini prelibati, come il noto Falerno. Per le ottime condizioni per l’agricoltura, i romani vi praticavano la centuriazione, dividendo la terra in appezzamenti per i coloni. La sua posizione strategica, inoltre, che collegava l’Italia centrale e meridionale, la rendeva una provincia vitale e ricca. Ciò faceva di essa un crocevia strategico e una meta di villeggiatura per l’aristocrazia romana che sulle coste e sulle isole costruiva la dimora di villeggiatura.

Per tutti questi motivi, la Campania era densamente popolata, con numerosi centri urbani importanti come, oltre a Neapolis e Cuma, Capua, Pompei, Ercolano e Puteoli (Pozzuoli). I centri abitati, con i nuovi nomi latinizzati, includevano Acerrae, Atella, Baia, Cales, Caprae, Capua, Cumae, Liternum, Miseno, Neapolis, Nola, Nuceria Alfaterna, Oplontis, Pompeii, Puteoli, Salernum, Sorrentum, Stabiae e Suessa. 

Guardando invece all’intero territorio meridionale, sebbene esso fosse diventato parte integrante dell’Impero Romano, non ricevette però da Roma vincitrice, in cambio della perduta indipendenza, quell’ordinamento interno che avrebbe potuto incoraggiare la ripresa e il riassetto della sua scossa economia agraria. Risalgono anzi alla dominazione romana provvedimenti di larghe concessioni fondiarie all’ordine senatorio che, lungi dal facilitare il ripopolamento delle campagne e la ricostruzione di una solida proprietà coltivatrice, aprirono la via al latifondo, dietro il quale stava in agguato la malaria.

Ad esempio, ridotta a provincia, la Sicilia si vide riservata la funzione sussidiaria di granaio di Roma, ciò che la costrinse a sacrificare al frumento ogni altro genere di coltivazione. In pari tempo molte contrade dell’interno del Mezzogiorno continentale ripiegarono sulla pastorizia, prendendo un cammino che le avrebbe fatte regredire ulteriormente dalle già gravi condizioni in cui si trovavano alla fine della Repubblica, di cui parlano Strabone e Plinio, a quelle ancor peggiori in cui verseranno alla caduta dell’Impero.

Carmine Strocchia