Voto di scambio e appalti pilotati: una bufera giudiziaria nel Casertano che getta un’ombra sulle Regionali


A Santa Maria a Vico, comune della provincia di Caserta, si è consumato uno degli episodi più emblematici della commistione tra politica e criminalità organizzata. A pochi giorni dalla presentazione ufficiale della candidatura alle elezioni regionali in Campania, una figura di rilievo dell’amministrazione locale è stata raggiunta da un’ordinanza di arresti domiciliari, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

La candidata, che aveva recentemente celebrato il proprio ritorno nel partito di riferimento durante una convention a Caserta, è ora coinvolta in un’indagine che ha portato all’arresto di sei persone, tra cui il sindaco, un consigliere comunale e un ex assessore. Le accuse mosse dalla procura includono l’ipotesi di voto di scambio politico-mafioso, rivelazione di segreti d’ufficio, pressioni indebite e favoreggiamento.

Le indagini, avviate nel 2020 in prossimità delle elezioni comunali, hanno messo in luce un sistema di relazioni tra amministratori pubblici e affiliati al clan  attivo nel territorio.
In particolare, è emersa una pianificazione dettagliata della distribuzione dei voti, orchestrata da esponenti della criminalità organizzata, capace di influenzare non solo l’esito elettorale ma anche la composizione delle cariche amministrative. In alcuni casi, il sostegno è stato esteso persino a candidati di liste avversarie, purché funzionali agli interessi del clan.

Una volta insediati, gli amministratori avrebbero facilitato l’attuazione di progetti economicamente vantaggiosi per il gruppo criminale. Tra questi, la realizzazione di un impianto di cremazione affidato a una società riconducibile a un affiliato, la gestione di un chiosco-bar nella frazione San Marco, con concessione comunale mai revocata nonostante gravi abusi edilizi, e la creazione di un’area fieristica regolata ad hoc da consiglieri compiacenti.

Non sono mancati episodi di pressione su imprenditori, costretti ad assumere soggetti vicini al clan in cambio della tranquillità nell’esecuzione degli appalti. Il quadro che emerge è quello di una fitta rete di complicità tra politica e criminalità, dove il consenso elettorale diventa moneta di scambio per interessi privati e il potere pubblico si piega alle logiche del malaffare.

Le misure cautelari, disposte in fase preliminare, restano soggette a impugnazione e non costituiscono una condanna definitiva, per cui tutti gli indagati sono da ritenersi innocenti fino al giudizio definitivo.
Tuttavia, l’inchiesta solleva interrogativi inquietanti sulla permeabilità delle istituzioni locali alle infiltrazioni criminali, in un territorio già segnato da dinamiche complesse e da una lunga storia di convivenza tra potere e criminalità organizzata.


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