L’eventualità che lo Stretto di Hormuz venga chiuso, colpendo il cuore del traffico petrolifero mondiale, ha spinto i Paesi del Golfo a muoversi rapidamente per limitare gli effetti più immediati sui mercati. In questo contesto, l’annuncio di Aramco arriva come una mossa decisiva: la compagnia saudita ha fatto sapere che nel giro di pochi giorni sarà in grado di utilizzare a pieno regime un oleodotto diretto al Mar Rosso, così da aggirare il passaggio più vulnerabile del Medio Oriente. In condizioni normali, da Hormuz transitano circa 20 milioni di barili al giorno, una quota enorme del fabbisogno globale; poter contare su un’alternativa, anche parziale, diventa quindi strategico.Il condotto East-West, lungo 1.200 chilometri, non può sostituire l’intero flusso, ma può comunque deviare fino a 5 milioni di barili al giorno, un margine sufficiente a smorzare almeno in parte la volatilità dei prezzi. A questo si aggiunge l’oleodotto degli Emirati Arabi Uniti, che offre un ulteriore sbocco verso il Golfo dell’Oman e che, in caso di necessità, può arrivare a movimentare quasi 2 milioni di barili quotidiani. Sommando le due infrastrutture, si ottiene una capacità complessiva di circa 7 milioni di barili al giorno, non risolutiva ma utile a contenere gli scossoni più bruschi.
Intanto, diverse superpetroliere hanno già modificato la rotta per raggiungere i nuovi terminali di carico, mentre resta da capire se i porti riusciranno a gestire un afflusso così improvviso. La tensione generata dagli attacchi in Iran ha provocato un’impennata immediata dei prezzi, con il greggio schizzato oltre i 100 dollari al barile in pochi secondi alla riapertura dei mercati. La speranza, per Washington, è che questi corridoi alternativi possano guadagnare tempo e rallentare ulteriori rialzi, mentre si tenta di chiudere il conflitto in tempi rapidi.
La strategia americana, però, si regge su vari fattori incerti: che i bypass funzionino davvero, che la guerra non si prolunghi e che gli impianti di produzione e raffinazione non subiscano danni irreparabili. Aramco ha già iniziato a caricare simultaneamente più navi nei porti del Mar Rosso, segnale evidente della volontà di spostare quanto più petrolio possibile lontano da Hormuz. Anche Abu Dhabi sta facendo lo stesso a Fujairah.

Tutto ciò avviene mentre Arabia Saudita ed Emirati camminano su un terreno estremamente delicato. Deviare il petrolio attraverso percorsi alternativi significa sostenere gli equilibri energetici globali e, indirettamente, gli Stati Uniti, ma espone entrambi i Paesi al rischio di nuove ritorsioni da parte di Teheran, soprattutto contro oleodotti, stazioni di pompaggio e porti. Le relazioni tra i Paesi sunniti del Golfo e l’Iran sciita erano già fragili; ora il petrolio rischia di trascinarli in una spirale di tensioni difficili da controllare.
Nonostante i timori, i prezzi del greggio sono scesi dai picchi dopo le dichiarazioni ottimistiche di Trump su una possibile fine imminente della guerra. Il Brent è scivolato fino a 88 dollari al barile prima di risalire leggermente, mentre il WTI ha registrato un calo simile. In termini reali, però, siamo ancora lontani dai livelli raggiunti nel 2022 e nel 2008: i 139 dollari post-invasione russa dell’Ucraina corrispondono oggi a circa 157, e i 147,50 del 2008 equivarrebbero a oltre 200 dollari attuali. Perché si possa parlare di una vera crisi energetica, il prezzo dovrebbe restare elevato per un periodo prolungato, non solo per pochi giorni.
A tutto questo si aggiunge una riflessione inevitabile: la successione di crisi energetiche, prima con il gas russo e ora con il petrolio mediorientale, dimostra quanto sia urgente accelerare lo sviluppo di tecnologie che permettano di produrre energia elettrica e idrogeno da fonti rinnovabili, dal fotovoltaico ad altre soluzioni alternative. Non si tratta solo di ambiente, ma di geopolitica pura: dipendere dall’energia significa dipendere politicamente ed economicamente. Ridurre questa vulnerabilità è ormai una necessità strategica, non un’opzione

