Shutdown Autistico: come il “freeze sensoriale” ha salvato il piccolo Allen

Il piccolo Allen scomparso la mattina di venerdì 11 luglio 2025 dal campeggio “Por la Mar” di Latte, nel territorio di Ventimiglia (Imperia), e poi ritrovato dopo ben 36 ore tra la vegetazione dei colli circostanti, in sorprendente discreta forma fisica se si considera che aveva percorso autonomamente più di tre chilometri.
All’arrivo al pronto soccorso, il primario Diego Minghetti ha accertato soltanto una leggera disidratazione, prontamente risolta con una flebo di rianimazione, mentre gli esami ematici non hanno evidenziato alterazioni clinicamente significative, lasciando aperto il mistero sulla sua capacità di affrontare tanto tempo senza cibo né bevande; fatto che ha anche alimentato alcune ipotesi al momento al vaglio degli inquirenti.

In ogni caso, fondamentale è stato l’intervento dello psicologo Roberto Ravera, che dirige la Struttura Complessa di Psicologia dell’Asl 1 Liguria. Egli considerando il comportamento tipico di molti bambini con disturbo dello spettro autistico, spesso spaventati da rumori forti e stimoli sovraccaricanti, aveva suggerito di concentrare le ricerche nei rifugi naturali – cunicoli rocciosi o cavità erbose – e di diffondere dai megafoni le canzoncine preferite di Allen, nella speranza che il riconoscimento uditivo potesse costituire un richiamo affettivo in grado di guidarlo verso i soccorritori .

Il comportamento tenuto da Allen è emblematico di quello che la letteratura anglosassone chiama shutdown autistico, ovvero una reazione di “congelamento” che si attiva come difesa di fronte a un sovraccarico sensoriale, cognitivo o emotivo.
Durante uno shutdown, la persona può apparire assente, muta e immobilizzata, come se vivesse in una modalità di “risparmio energetico” per arginare il flusso di stimoli indesiderati. Diversamente dal meltdown, che esplode verso l’esterno attraverso comportamenti rumorosi o aggressivi, lo shutdown è un ritiro interno, caratterizzato da una sospensione improvvisa della comunicazione verbale e non verbale, evitamento del contatto visivo e atteggiamenti posturali protettivi.

Le ragioni di questo meccanismo difensivo risiedono nelle peculiarità neurologiche del cervello autistico, dove una maggiore amplificazione degli input sensoriali rende fragili le soglie di tolleranza a luci intense, suoni forti, odori marcati e stimolazioni tattili. Quando l’accumulo di informazioni supera la capacità di elaborazione, scatta ciò che alcune ricerche definiscono “risposta di freeze”, un fenomeno osservato anche in altri mammiferi sottoposti a condizioni estreme di pericolo. Studi di neuroscienze mostrano infatti come durante lo shutdown si riduca l’attività delle reti frontali e la connettività interregionale, garantendo la sopravvivenza fisiologica a scapito della funzione cognitiva [1].

Da un punto di vista psicologico, interpretare lo shutdown come semplice apatia sarebbe fuorviante: si tratta piuttosto di una strategia involontaria di protezione, che ha giocato un ruolo cruciale nella stessa salvezza di Allen, consentendogli di trascorrere 36 ore in assenza di soccorso diretto e di presentarsi ai sanitari quasi illeso. Identificare i segnali precoci – irritabilità, rallentamento nelle risposte, ricerca di isolamento – e predisporre ambienti a basso stimolo, con luci attenuate e pause sensoriali, può prevenire l’aggravarsi del blocco e favorire un’uscita graduale dallo stato di shutdown [2].

In numerose città italiane si stanno sperimentando i cosiddetti negozi soft, spazi commerciali progettati per ridurre al minimo l’impatto sensoriale su persone con autismo. Un esempio è il supermercato “SpesAut” di Parma, realizzato da Coop Alleanza 3.0 in collaborazione con la Cooperativa Insieme e finanziato da Terre Ducali, dove, oltre a quiet hours a basso livello di rumore e illuminazione attenuata, il personale è formato per riconoscere le esigenze delle persone dello spettro autistico durante gli orari dedicati di apertura tranquilla [3].
Tali iniziative rappresentano un passo avanti nella costruzione di una società inclusiva, in cui comprendere il linguaggio del silenzio e rispettare i ritmi individuali non è solo un gesto di empatia, ma un imperativo clinico per garantire la sicurezza e il benessere di ciascuno.