Dodici anni dopo la terribile tragedia, la valle di Monteforte Irpino si risveglia con un nodo allo stomaco che non si è mai completamente sciolto. Il ricordo di quella sera del 28 luglio 2013 continua a vibrare nelle coscienze, trasformando ogni anniversario in un momento di raccoglimento e silenzio.
Nel tardo pomeriggio di quel giorno un pullman carico di pellegrini, rientrati da Pietrelcina, perse il controllo a causa di un guasto all’impianto frenante e sfondò il guardrail del viadotto Acqualonga, cadendo per oltre trenta metri in una vallata sottostante, in un tratto dell’A16 nei pressi di Monteforte Irpino.
I soccorsi furono immediati e drammatici: i Vigili del Fuoco lavorarono fino a tarda notte fra lamiere contorte e detriti, riuscendo a estrarre dieci persone sopravvissute e purtroppo recuperando trentotto corpi senza vita, trasformando la scena in un’immagine di desolazione che nessuno potrà mai dimenticare.
L’intero Paese si fermò di fronte a questa ferita aperta: messaggi di cordoglio e commemorazioni arrivarono da ogni angolo d’Italia, confermando la volontà collettiva di non lasciar cadere nella nebbia del tempo il sacrificio di quelle quattro decine di vittime.
Dopo un iter giudiziario durato oltre un decennio, l’11 aprile 2025 la Corte di Cassazione ha definitivamente confermato le condanne per i principali responsabili. Gennaro Lametta, proprietario del bus, è stato condannato a nove anni, mentre Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, ha ricevuto sei anni di reclusione per omicidio colposo, sottolineando come le responsabilità fossero condivise fra manutentori del veicolo e gestori delle infrastrutture.
Il verdetto, salutato come un riconoscimento importante dalle famiglie delle vittime, non placa però l’estenuante attesa di giustizia, frutto di undici anni di processi, appelli e incertezze che hanno prolungato il dolore anziché lenirlo.
Le indagini hanno evidenziato non soltanto il guasto al sistema frenante ma anche l’inadeguatezza delle barriere di sicurezza, i cosiddetti new jersey, che non resistettero all’impatto e permisero al pullman di precipitare nel vuoto, rivelando gravi lacune nella manutenzione sia dei mezzi sia delle opere stradali.
Questa tragedia si staglia ancora oggi come un monito sulla necessità della manutenzione costante e del controllo sistematico, perché nessuna pietà pentirà più la perdita di vite umane sul ciglio delle strade.
Mentre scorrono i nomi delle vittime, rivivono volti, voci, abbracci spezzati da un boato che non doveva accadere. Quello di Acqualonga resta un dolore collettivo che chiede a gran voce di non abbassare mai la guardia e di custodire ogni giorno, con concrete azioni di sicurezza, la memoria di chi non c’è più.
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