Si apre uno spiraglio per una mediazione sul congresso provinciale del Pd di Avellino, ma solo a due condizioni precise: chiarire le proposte concrete per il territorio e adottare un modello di gestione del partito realmente democratico. Pellegrino Palmieri, intervenuto in via Tagliamento, insiste su un’idea di partito che torni a essere luogo di confronto e partecipazione, non un circuito chiuso di relazioni utilitarie. Per lui il Pd deve essere plurale e radicato nella società, capace di coinvolgere professionisti ma anche operai, artigiani e agricoltori, e di mettere al centro temi come sanità, diritti e contrasto allo spopolamento.
Palmieri denuncia un’organizzazione interna diventata “asfittica”, che ha progressivamente allontanato militanti e cittadini: quando la vita interna si chiude alle istanze dal basso, chi non ha interessi personali si allontana. Per questo rivendica il merito di aver riaperto uno spazio di discussione che, a suo avviso, altrimenti non avrebbe neppure permesso lo svolgimento del congresso. La sua proposta è chiara: discutere di mozioni e contenuti, non di spartizioni di posti.
Sulla stessa linea, Franco Iovino, sostenitore di Palmieri, sottolinea che un congresso autentico si costruisce sulle idee e sulle mozioni, parlando di acqua, sanità, lavoro e spopolamento. Iovino non esclude a priori una sintesi unitaria: se davvero tutti mettono sul tavolo proposte serie per il territorio, una convergenza è possibile, ma non a costo di ritirare la propria lista o di rinunciare al confronto trasparente.
Dal fronte delle trattative, il segretario regionale Piero De Luca ha proposto di ritirare entrambe le liste per ricomporle in una sola mozione e rivedere la ripartizione dei posti in assemblea, con l’obiettivo di evitare frammentazioni organizzative. La proposta mira a ricucire le diverse anime del partito, ma si scontra con un nodo irrisolto: la distribuzione dei delegati e il controllo degli organi di partito, che per alcuni gruppi rappresenta una posta in gioco troppo alta per essere rimessa facilmente in discussione.
In sostanza la partita resta aperta tra chi chiede più democrazia interna e un’agenda territoriale chiara e chi invece punta a preservare equilibri di rappresentanza già consolidati. La possibilità di un accordo esiste, ma dipende dalla reale volontà di mettere al centro programmi concreti e regole trasparenti per la governance del partito; senza questo, ogni ipotesi di lista unica rischia di essere percepita come una scorciatoia che annulla la dialettica interna.
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