Nella seduta inaugurale della XII legislatura del Consiglio regionale della Campania – la stessa in cui si è proceduto agli adempimenti formali dell’insediamento – l’aula ha eletto Massimiliano Manfredi (Partito Democratico) come Presidente del Consiglio regionale, con 41 voti. Contestualmente sono stati scelti anche tutti i componenti dell’Ufficio di Presidenza: Luca Trapanese (Movimento 5 Stelle) e Giuseppe Fabbricatore (Fratelli d’Italia) come vicepresidenti; Lucia Fortini (A Testa Alta) e Michela Rostan (Lega) come segretarie d’aula; Raffaele Aveta (Movimento 5 Stelle) e Livio Petitto (Forza Italia) come questori. Nella stessa seduta, Roberto Fico ha illustrato le linee generali del programma di governo, trasformando l’incontro inaugurale non solo in un passaggio istituzionale, ma nel momento in cui ha iniziato a delineare l’orientamento politico e amministrativo, nonché il modus operandi della legislatura.
Fin dall’avvio della nuova stagione amministrativa, è apparso quindi evidente che la presidenza regionale ha scelto di muoversi partendo da ciò che intende costruire, più che dalla distribuzione degli incarichi. La giunta, ancora in fase di definizione per ragioni note, ha finito per spostare l’attenzione su un orizzonte più ampio, quasi a voler suggerire che il senso della legislatura non si esaurirà nei meccanismi del potere, ma nella direzione che si vuole imprimere a un territorio attraversato da attese e disillusione.
Il programma presentato non indulge né all’urgenza del momento né alla retorica facile. Somiglia piuttosto a una trama complessa, talvolta ambiziosa, che tenta di riportare ordine in una Regione che da troppo tempo si limita a inseguire le emergenze. I vari ambiti – agricoltura, sanità, ambiente, aree interne, politiche sociali – non vengono isolati, ma ricondotti a un’unica struttura, come se fosse chiaro che, se una parte cede, l’intero sistema finisce per produrre nuove disuguaglianze.
La scelta di rimettere l’agricoltura al centro assume un valore che va oltre l’economia. È un riconoscimento del suo ruolo civile e comunitario, ma anche l’ammissione che senza un contrasto serio al caporalato ogni discorso sul lavoro rischia di restare vuoto. È un terreno complesso, dove la volontà politica deve misurarsi con interessi radicati e con la necessità di una presenza istituzionale forte. Le aree interne, richiamate come luoghi da ricucire, raccontano meglio di ogni altro tema la sfida che attende questa legislatura. Infrastrutture, mobilità, servizi essenziali tornano come un debito mai davvero saldato, un promemoria di ciò che non si può più rimandare. Anche la questione ambientale viene affrontata con un cambio di prospettiva: non più un problema da tamponare, ma un patrimonio da cui dipende il futuro. Acqua, depurazione, risanamento, tutela del mare vengono inseriti in una visione che prova a tenere insieme protezione e sviluppo.
È un approccio più organico rispetto al passato, ma resta il fatto che la prova decisiva sarà l’attuazione, dove controlli e responsabilità non possono essere diluiti.
La sanità rimane uno dei nodi più delicati. Affrontare il tema delle liste d’attesa o della medicina territoriale significa toccare una sofferenza quotidiana, che attraversa territori e condizioni sociali. Il programma sembra riconoscere che non bastano piccoli aggiustamenti: serve ripensare l’accesso alle cure, soprattutto per chi vive lontano dai grandi centri. È una direzione inevitabile, ma anche quella più esposta al rischio di arenarsi se non sostenuta da scelte trasparenti e verificabili.
Il versante sociale tenta di tenere insieme disabilità, povertà, disagio abitativo e inclusione, evitando di spezzare ciò che è interconnesso. È un’impostazione che riconosce la complessità delle fragilità contemporanee e che richiama la necessità di una gestione capace di coordinare risorse e istituzioni, con un’attenzione particolare alle fasce deboli (che sarebbe più corrette definire “indebolite” dalle scelte e dalle politiche del passato), che più di altre rischiano di restare ai margini.
Scuola, informazione e legalità emergono come gli elementi più caratterizzanti dell’impianto culturale della nuova presidenza. Non vengono evocati come slogan, ma come strutture portanti della vita civile. Qui sembra delinearsi la volontà di segnare una discontinuità, indicando nella formazione e nella trasparenza non un risultato, ma il punto di partenza dell’azione pubblica.
Allo stato attuale, traspare l’idea, almeno in filigrana, che da questa complessità possa nascere una strada nuova, forse più faticosa, ma capace di restituire coerenza e prospettiva a un territorio che ne ha urgente bisogno.

