Nella splendida cornice dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, e alla presenza di un pubblico composto da studiosi, appassionati di storia locale e rappresentanti del territorio, si è svolta la presentazione del nuovo libro di Pasquale Colucci dedicato alla figura di Giuseppe Caravita di Sirignano.
Nel suo intervento, il prof. Pasquale Colucci, a conclusione dei lavori e dopo i ringraziamenti di rito, è passato a illustrare il nodo storiografico che per oltre un secolo era rimasto nell’ombra: ovvero l’equivoco che condusse Giuseppe Caravita a Sirignano, in Irpinia.
Con la precisione dello studioso e la chiarezza del divulgatore, ha spiegato che tutto nasceva da un errore di identificazione compiuto da Giuseppe Caravita, il quale, appena insignito del titolo di principe di Sirignano, aveva iniziato a interrogarsi su dove si trovasse realmente quel feudo che aveva dato origine alla dignità nobiliare.
Colucci ha chiarito che Caravita, a corto di informazioni certe, aveva scambiato il feudo “de’ Scrignariis seu Sirignano”, situato presso Nola, con il piccolo comune di Sirignano in provincia di Avellino. È da questo fraintendimento iniziale che prende forma l’intera vicenda.
Lo studioso ha ricostruito l’equivoco con la pazienza di chi ha rovistato negli archivi e la lucidità di chi sa che un dettaglio geografico può cambiare il corso di una storia. Ha mostrato come Caravita, convinto di aver ritrovato il suo antico feudo, si fosse presentato nel paese irpino con la sicurezza di chi crede di essere tornato a casa. E come gli abitanti, lusingati dalla presenza di un principe, avessero accolto quell’interpretazione senza sospetti, arrivando persino ad adottare il blasone dei Caravita come stemma comunale, pur basandosi su un’errata lettura di uno stemma scolpito sulla chiesa.
Il professore ha seguito passo dopo passo la vicenda, evidenziando come l’equivoco non fosse solo geografico, ma anche araldico e storico, e come Caravita, forte delle sue nuove disponibilità economiche, fosse infine giunto ad acquistare a caro prezzo un complesso di beni che non aveva alcun legame con il titolo che portava. Colucci non ha giudicato, non ha ironizzato: ha documentato. E nel documentare, ha illuminato.

Il prof. Arturo Martorelli, nel suo autorevole intervento, ha collocato la figura di Giuseppe Caravita all’interno di quel ceto dirigente napoletano tra Otto e Novecento che si distingueva per un solido retroterra culturale e per un forte senso della responsabilità pubblica. Si trattava di una classe politica che concepiva il proprio ruolo non come occasione di autocelebrazione o propaganda, ma come servizio dovuto alla collettività. Anche grazie a questo spirito, Napoli visse in quei decenni una stagione particolarmente feconda e fortunata.
“Nel volume di Pasquale Colucci – ha osservato Martorelli – non si ricostruisce soltanto un frammento della storia meridionale del secondo Ottocento, ma si restituisce il profilo di un’intera élite che avvertì profondamente il peso dei propri doveri. L’impegno civile che emerge dalle pagine del libro si riflette anche nell’attività politica di Caravita, caratterizzata da un confronto sempre corretto e rispettoso, come dimostra il rapporto con Del Balzo: un antagonismo politico che non degenerò mai in personalismi, rancori o vendette, lontano dai toni ai quali oggi siamo purtroppo abituati. Proprio per questo – ha sottolineato Martorelli – opere come quella qui presentata risultano preziose per ricostruire la trama dei rapporti e delle dinamiche che segnarono l’epoca in cui Caravita operò.
Le iniziative concrete promosse da Caravita e la sua concezione dei diritti popolari come responsabilità primaria dei governanti suscitarono nelle comunità della Bassa Irpinia un’autentica sorpresa: nessuno, prima di lui, aveva affrontato con tale visione organica i problemi e le prospettive di sviluppo di un territorio tradizionalmente trascurato.
Non meno significativo fu il ruolo svolto da Caravita nel contesto urbano napoletano. La realizzazione del rione Sirignano, sulla riviera di Chiaia, rappresentò un modello urbanistico innovativo, distante dalle logiche speculative che avrebbero caratterizzato interventi successivi. Non è un caso che quel quartiere sia tuttora considerato uno dei più riusciti esempi di architettura cittadina: un progetto nato da una visione culturale e urbanistica consapevole, non da interessi privati.”
Il prof. Silvio de Majo ha ricordato come gli anni in cui Giuseppe Caravita di Sirignano visse e operò – il passaggio tra XIX e XX secolo – rappresentassero per Napoli una fase complessa, segnata da profonde tensioni sociali ma anche da un sorprendente fermento economico e culturale. Proprio in quel clima, nel 1892, vide la luce Il Mattino, fondato da Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao, simbolo eloquente della modernizzazione cittadina.
All’interno di questo scenario, ha osservato de Majo, Caravita emerge come una figura fuori dall’ordinario: fotografo, navigatore, imprenditore, mecenate, dandy. Un personaggio dalla biografia così ricca e sfaccettata da sembrare quasi destinato alla narrazione romanzesca più che alla semplice ricostruzione storica.
Nato nel 1849, Caravita non ebbe modo di conoscere direttamente la Napoli borbonica, una monarchia che – pur lasciando in eredità importanti monumenti – non riuscì a tenere il passo con la modernità. Modernità che invece, a distanza di trent’anni dall’Unità, fu perseguita con convinzione proprio da quella aristocrazia e da quella borghesia imprenditoriale cui egli apparteneva e che contribuì a rinnovare profondamente la città.
Il volume di Pasquale Colucci – ha sottolineato de Majo – richiama l’attenzione su questa stagione cruciale della storia napoletana e meridionale, e lo fa con un rigore metodologico esemplare. L’autore, “uno storico con la ‘s’ maiuscola”, costruisce il suo lavoro attraverso una ricerca archivistica paziente e accurata, resa evidente anche dalle ampie appendici documentarie, quasi a voler ribadire al lettore: “quello che dico non me lo sono inventato”.
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