Il Procuratore Antonio Guerriero, nel suo libro “Il sapore dell’ingiustizia”, parte da un’esperienza universale: tutti abbiamo un’idea di giustizia, ma comprendiamo davvero il suo valore quando subiamo un’ingiustizia. Il sacrificio di 28 magistrati, che hanno dato la vita per difendere la democrazia, rappresenta un fondamento spesso dimenticato delle nostre libertà.
Il libro diventa così un invito a riflettere sulla coerenza tra vita e valori, tema ripreso anche da Davide Rondoni attraverso Charles Baudelaire: le crisi di civiltà non avvengono per motivi economici, ma per avvilimento dei cuori’.
Questa intuizione è una sferzata di realtà.
Spesso pensiamo che le civiltà crollino per il PIL in calo o per bolle speculative, ma quelle sono solo le conseguenze superficiali.
La vera crisi è antropologica.
Quando il “cuore si avvilisce”, l’uomo smette di guardare l’orizzonte e fissa solo i propri piedi. Se mancano i valori (che sono la bussola, non il carico), ci si muove per inerzia o per egoismo. Riscoprire la “cultura dell’inutile” — come direbbe anche il compianto Nuccio Ordine — non significa perdere tempo, ma coltivare ciò che ci rende umani: l’arte, la gratuità, l’amicizia, la riflessione, l’amore…
Nella crisi dei valori, oggi bisogna sopravvivere all’emozioni e bisogna essere coraggiosi a tal punto da rieducare il cuore all’inutile, nell’affannosa ricerca di una coerenza tra vita umana e valori, tornare a guardare verso l’alto. Allora, l’uomo, capace di non accontentarsi dell’utile, stima il valore dell’inutile, fuggendo dalla logica del mercato e del denaro, e si riscopre colto, amico, fratello, guida…
‘ Cari insegnanti, la Costituzione – scriveva Romano Luperini – vi chiede di formare dei cittadini non dei consumatori o dei produttori!’
Oggi c’è una pressione enorme affinché la scuola diventi una sorta di “pre-addestramento” aziendale. Ma il consumatore/produttore è un ingranaggio, deve sapere “fare” per poter “comprare”, mentre il cittadino è una persona, deve sapere “essere” per poter “partecipare”.
‘È molto importante – dice Rino Caputo – ascoltare le testimonianze vive e dirette di chi frequenta anche professionalmente oltre che per sensibilità profonda, etica culturale, il mondo della giustizia, della legalità. Abbiamo sempre visto che questi protagonisti della giustizia oltre ad applicare la legalità erga omnes, applicano un ‘esperienza personale almeno pari alle azioni. E’ sempre importante che queste due esperienze siano legate. E se si va a vedere quasi mai il magistrato che applica la legalità è soltanto un professionista del diritto, ma è anche un uomo completo, che è insieme persona cittadino professionista.’
Il prof. Caputo, dall’opportunità del libro del Procuratore, estende questa considerazione ai diversi aspetti della società civile, delle istituzioni in particolare alla scuola, che è considerata da troppo tempo un organismo avulso rispetto alla realtà che viviamo, ristretta in una sorta di autonomia della cultura e della stessa formazione. Se la scuola si limita a immettere giovani nella “filiera produttiva” troppo presto, rischiamo di creare tecnici competenti ma cittadini analfabeti dal punto di vista emotivo e civile. Persino nazioni come gli Stati Uniti stanno rivedendo questo approccio, accorgendosi che senza una base culturale solida, anche l’economia alla fine ristagna per mancanza di visione.
‘La scuola deve formare la personalità! – aggiunge l’emerito Professore, voce autorevole della letteratura – Deve tirare fuori il meglio dalle giovani menti. Lo dice la nostra Costituzione: lo Stato riconosce ai più deboli il diritto ad essere premiati! Abbiamo, inoltre una grande tradizione in questo senso, pensiamo alla grande tradizione dell’Illuminismo meridionale del ‘700, che ci ha insegnato, grazie ad autori quale Melchiorre Gioia, questa sensibilità del merito e delle ricompense. Il merito va rispettato, ma per riconoscere il merito è necessario avere le possibilità di osservazione e quindi non si può riconoscere il merito se non c’è la conoscenza dei saperi. Quello che va assicurato è la condizione di partenza: lo Stato, l’istituzione scolastica devono assicurare il diritto alla formazione, dopodiché, secondo la norma costituzionale, premiare i capaci e meritevoli, se non c’è questa precondizione il merito diventa esclusivamente una selezione, nella migliore delle ipotesi, puramente intellettuale, e nella peggiore, soprattutto sociale, di conferma della divisione dei ceti, delle classi e purtroppo delle caste.’
Si avverte un’urgenza quasi “etica” nel voler rimettere al centro l’umano in un’epoca che sembra aver ridotto tutto a un foglio di calcolo Excel. Allora, insieme al prof. Caputo, dall’esperienza del Procuratore Guerriero, abbiamo tracciato un percorso che parte dal cuore e arriva alla struttura stessa dello Stato (la Scuola e la Magistratura), un percorso che unisce giustizia e scuola, cuore e istituzioni, e che indica una direzione chiara: formare persone autentiche, capaci di vivere i valori, affinché la democrazia non sia solo un sistema, ma un’esperienza viva.
Dalle radici alla formazione dei giovani non artificiale, ma vera e concreta, di valore e di valori, affinché il merito non sia una premessa, bensì un punto d’arrivo.
Antonella Prudente


