Viviamo dentro una trasformazione che procede a una velocità alla quale forse non siamo ancora riusciti ad abituarci. Abbiamo conosciuto la rivoluzione industriale, quella digitale e oggi siamo dentro la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Ma c’è una differenza sostanziale. Le grandi trasformazioni del passato hanno avuto bisogno di decenni per entrare pienamente nella vita delle persone, nelle imprese e nella società. Oggi, invece, siamo di fronte a cambiamenti che sembrano concentrare in pochi anni ciò che un tempo richiedeva molto più tempo.
Per questo credo che, accanto alla necessità di investire nella tecnologia, dovremmo cominciare a riflettere anche sulla necessità di rallentare.
Non significa rifiutare il digitale, né tantomeno tornare indietro. Significa imparare a utilizzarlo senza permettere che sia la tecnologia a stabilire continuamente il ritmo della nostra vita.
Potremmo cominciare dalle nostre abitudini quotidiane. Dal bisogno di controllare il telefono appena svegli, dalla presenza continua sui social, dagli acquisti spesso impulsivi attraverso l’e-commerce, dalla quantità enorme di dati personali che lasciamo ogni giorno dietro di noi. Non c’è nulla di sbagliato, in sé, nell’utilizzare questi strumenti. Il problema nasce quando smettiamo di essere noi a scegliere e diventiamo parte di un sistema che ci invita continuamente a guardare, acquistare, rispondere, condividere e ricominciare.
Rallentare, allora, può diventare una forma di consapevolezza. Prima di aprire il telefono la mattina, prima di acquistare qualcosa, prima di condividere un’informazione, potremmo semplicemente fermarci qualche secondo e chiederci se quella cosa ci serve davvero.
È una riflessione che riguarda anche il mondo del lavoro. Perché non dobbiamo confondere il rallentare con il rinunciare al progresso. Al contrario, più la tecnologia diventa veloce, più abbiamo bisogno di persone preparate per governarla.
Ed è qui che emerge una delle contraddizioni più interessanti del nostro tempo. Da una parte abbiamo una società che trascorre una parte crescente della propria vita nel mondo digitale. Dall’altra, imprese e pubblica amministrazione faticano a trovare tecnici con le competenze necessarie per affrontare questa trasformazione.
Lo studio “Formare i tecnici del futuro. L’offerta formativa del sistema ITS e la domanda di lavoro”, realizzato da EY Foundation ed EY in collaborazione con Rete ITS Italy, fotografa con chiarezza questa distanza. Entro il 2035 la domanda potrebbe arrivare a circa 143.000 tecnici superiori l’anno, mentre l’offerta si fermerebbe intorno ai 17.500 diplomati. Il risultato è un rapporto di oltre undici opportunità di lavoro per ogni diplomato ITS Academy.
È un dato che dovrebbe far riflettere soprattutto i giovani, le famiglie, la scuola e le imprese.
Gli ITS Academy rappresentano infatti una strada ancora troppo poco conosciuta rispetto alle potenzialità che esprime. Sono percorsi nei quali formazione, tecnologia e impresa possono incontrarsi in modo diretto, preparando competenze che il mercato del lavoro richiede con crescente urgenza. La stessa EY Foundation individua negli ITS uno dei canali più importanti per accompagnare i giovani verso le professioni del futuro.
E allora il messaggio che dovremmo consegnare ai nostri figli è forse meno contraddittorio di quanto possa sembrare.
Dobbiamo imparare a rallentare come consumatori e, nello stesso tempo, dobbiamo accelerare nella formazione.
Rallentare per non diventare schiavi della tecnologia. Accelerare per imparare a governarla.
La vera sfida della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale non sarà soltanto avere strumenti sempre più potenti. Sarà avere persone capaci di utilizzarli con competenza, responsabilità e consapevolezza.
Perché il progresso non consiste nel correre sempre più velocemente. Consiste nel sapere dove vogliamo andare.

