Mugnano del Cardinale (Av) – Padre Pio, Santa Filomena e la medicina del cuore: la testimonianza del dott. Filomeno Caruso

Nel giorno in cui ricorre il primo anniversario del malore che lo colpì il 23 settembre 2025, Filomeno Caruso torna a raccontare quell’esperienza che ha segnato profondamente la sua vita. Una data che coincide con la commemorazione di San Pio da Pietrelcina e che, per lui, ha assunto un significato spirituale tanto forte da intrecciarsi con la devozione a Santa Filomena e con la sua visione della professione medica. È un racconto che unisce fede, sofferenza e responsabilità, e che si apre con parole che non lasciano indifferenti: «Sono stato e ho visto il Paradiso. Padre Pio mi ha condotto sulla Terra in questo bellissimo viaggio. Gli ho raccontato di Santa Filomena».

Caruso ricorda quel 23 settembre come un momento sospeso, vissuto proprio nel giorno in cui la Chiesa ricorda la morte di Padre Pio, avvenuta il 23 settembre 1968. A distanza di un anno, la coincidenza delle date continua a colpire chi gli è stato vicino e alimenta la sua riflessione sulla figura del santo cappuccino, al quale attribuisce un ruolo di guida spirituale. Richiama un insegnamento che considera essenziale: «I miracoli li fa Dio», mentre Padre Pio si definiva soltanto un tramite, un intercessore attraverso la preghiera.

Nel suo racconto, Caruso ripercorre la vita del frate di Pietrelcina, nato il 25 maggio 1887 da una famiglia di contadini, Grazio Forgione e Maria Giuseppa De Nunzio, conosciuti come Zi’ Razio e Mamma Peppa. Fin da bambino, Francesco Forgione mostrò il desiderio di consacrarsi alla vita religiosa: entrò nel noviziato dei frati minori cappuccini a Morcone il 22 gennaio 1903, assumendo il nome di fra Pio, e fu ordinato sacerdote il 10 agosto 1910 nella cattedrale di Benevento. Nel 1916 si trasferì a San Giovanni Rotondo, luogo che sarebbe diventato il centro della sua missione spirituale.

Caruso ricorda anche le stimmate, che secondo le testimonianze religiose comparvero per la prima volta nel settembre del 1910 e poi in forma permanente il 20 settembre 1918. Segni che accompagnarono Padre Pio per cinquant’anni e che sono diventati uno degli elementi più noti della sua esperienza mistica.

Un capitolo importante del racconto riguarda la devozione di Padre Pio a Santa Filomena, venerata nel santuario di Mugnano del Cardinale. Caruso sottolinea alcune coincidenze che considera significative: il ritrovamento dei resti attribuiti alla santa nelle catacombe di Priscilla il 25 maggio 1802 e la nascita di Padre Pio, avvenuta esattamente 85 anni dopo. Ricorda inoltre che l’ordinazione sacerdotale del santo, il 10 agosto 1910, avvenne alla vigilia della festa dedicata a Santa Filomena. La devozione alla santa è presente anche a Morcone, dove viene celebrata alla fine di luglio, e Caruso cita una vetrata raffigurante Santa Filomena nel convento di Pietrelcina, che attribuisce a una scelta dello stesso Padre Pio.

Tra i ricordi personali, Caruso menziona un concerto di musica gospel organizzato presso il Santuario di Santa Filomena a Mugnano del Cardinale, al quale partecipò anche il sindaco di Pietrelcina, Mimmo Masone, accolto dal primo cittadino di Mugnano del Cardinale, Giovanni Colucci. Durante l’evento, Caruso consegnò al rettore del santuario, don Giovanni Braschi, un libro di padre Livio Di Matteo contenente riferimenti alla devozione di Padre Pio per Santa Filomena. In quel contesto, ricorda una frase attribuita al santo cappuccino: «Può darsi che non si chiami Filomena. Ma questa santa ha fatto dei miracoli e non è stato il nome che li ha fatti». Una risposta che, per Caruso, mette al centro la fede, al di là delle questioni storiche legate all’identità della santa.

Il legame con Padre Pio non è soltanto spirituale. Caruso racconta anche la sua esperienza professionale a Pietrelcina, che definisce «una vera lezione di vita». Lavorare come medico nel paese natale del santo, spiega, ha rafforzato la sua idea di una medicina che non si limita alle competenze scientifiche, ma che deve includere attenzione, ascolto e rispetto della dimensione umana e spirituale del paziente. Richiama uno degli insegnamenti più noti di Padre Pio: «Amate e fate amare la Madonna, recitate e fate recitare il Rosario», un invito che interpreta come un modo semplice e diretto per avvicinarsi a Dio.

La riflessione di Caruso si concentra anche sul significato della sofferenza nella spiritualità cristiana. Cita una frase attribuita a Padre Pio, «Sotto la Croce si impara ad amare», aggiungendo una sua considerazione personale: «E io aggiungo: si impara a pregare». Per lui, la sofferenza non è necessariamente un castigo, ma può diventare un’occasione di vicinanza a Cristo. Richiama l’immagine del Cireneo, l’uomo che aiutò Gesù a portare la croce, e ricorda come Padre Pio si offrisse simbolicamente come un “povero Cireneo”, pronto a condividere i dolori del prossimo. Un’immagine che assume un valore particolare alla luce del malore vissuto un anno fa.

Nella parte conclusiva del suo racconto, Caruso si rivolge ai medici, richiamando un appello attribuito a Padre Pio: «Voi avete la missione di curare il malato, ma se al letto del malato non portate l’amore, non credo che i farmaci servano molto. Portate Dio ai malati: varrà più di qualsiasi altra cura». È un messaggio che interpreta come un invito a non dimenticare mai la persona che si trova dietro la malattia. La medicina, afferma, non può ridursi alla somministrazione di farmaci: deve includere affetto, vicinanza, ascolto e rispetto della dignità umana. «Bisogna vedere nel malato il volto di Cristo e diventare Cireneo del prossimo», aggiunge, ricordando che chi soffre ha bisogno prima di tutto di amore.

A un anno dal malore che lo ha profondamente segnato, Filomeno Caruso rinnova la sua fede, il suo legame con Padre Pio e la sua visione della professione medica. L’anniversario non è soltanto memoria di un momento difficile, ma occasione per ribadire il valore della solidarietà, dell’amore verso il prossimo e della capacità di stare accanto a chi soffre.