L’Università è sempre più sotto attacco da genitori iperprotettivi che intervengono al posto dei figli, minando autonomia, crescita personale e qualità della formazione. Tra assenze giustificate dai familiari, percorsi “sterilizzati” e pressioni per evitare ogni ostacolo, stiamo allevando adulti fragili e una società meno competente. L’Università dovrebbe restare il luogo in cui si impara a camminare da soli, non l’ennesimo terreno di ipercontrollo familiare.

Ormai siamo rovinati! Non in senso metaforico, non come iperbole da bar, non come sfogo da ex-docente: siamo rovinati come società perché ora i genitori – dopo aver già fatto sfaceli nelle scuole dell’obbligo – si stanno attrezzando per “rompere le scatole” anche all’Università, magari affiancati da avvocati con l’ultimo modello di tablet. E lo fanno con una naturalezza tale da far sembrare normale ciò che, fino a ieri, sarebbe stato classificato come comportamento alieno, degno di studio antropologico o psichiatrico.
Un tempo l’Università era quel luogo mitologico in cui si entrava da maggiorenni e si usciva – se tutto andava bene – un po’ più adulti di come si era entrati. Si sbagliava, si recuperava, si prendevano porte in faccia, si imparava a bussare meglio. I genitori? Comparse silenziose. La loro funzione era limitata a un “come va?” e a un’occhiata al libretto, che era cartaceo, sì, e non un portale digitale con notifiche push che trasformano ogni 27 in un lutto nazionale.
Oggi invece no. Oggi, se uno studente supera le due assenze consentite in un laboratorio, non è lui a presentarsi con aria contrita: è la madre, o il padre, o entrambi, pronti a spiegare che “c’è stato un imprevisto”, che “non è colpa sua”, che “non può mica ripetere il laboratorio, poverino”. Poverino. Uno di vent’anni. Maggiorenne. Con diritto di voto e con la consolidata capacità di procreare. Ma evidentemente non ancora con diritto di autonomia.
Il paradosso è che tutto questo nasce da buone intenzioni. L’amore, si sa, è una forza potente. Ma quando entra nei corridoi universitari, l’amore diventa un bulldozer che appiattisce ogni ostacolo, trasformando l’esperienza formativa in un percorso a ostacoli… rimossi.
E così, mentre chiediamo ai ragazzi di essere autonomi, li accompagniamo così da vicino che l’autonomia diventa un optional, come il navigatore sulla Panda del ’98: bello averlo, ma si può vivere anche senza.
Il risultato? Ragazzi bravissimi a compilare moduli, purché li compili qualcun altro. Studenti pronti a gestire la complessità, purché la complessità sia stata preventivamente sterilizzata. E genitori che, nel tentativo di proteggere, finiscono per confermare l’idea che da soli i figli non ce la possano fare. Un capolavoro di auto-sabotaggio pedagogico.
E non è solo una questione di “genitori invadenti”. È un sistema intero che ha trasformato la formazione in un percorso da ottimizzare: laurearsi in tempo, non perdere sessioni, incastrare crediti come fossero Tetris. In questo clima, il genitore diventa un project manager emotivo, logistico, operativo. Un tutor non richiesto, ma onnipresente. Che – a volte, e senza rendersene conto – è il diretto responsabile dei drammi autolesionistici sempre più frequenti nelle cronache nazionali.
Poi ci stupiamo se alcune famiglie scelgono alcune università private con tutor personali, classi piccole, percorsi guidati. Non è snobismo: è la ricerca disperata di un ambiente in cui l’attrito sia minimo, perché l’attrito – oggi – è percepito come un fallimento, non come una parte fisiologica della crescita. E poi, da utenti, ci lamentiamo dell’assenza di professionalità di ex studenti giunti nel mondo del lavoro in cotal guisa.
Eppure l’Università dovrebbe essere il luogo in cui si impara a stare in piedi da soli, a comunicare una difficoltà, a reggere una risposta che non ci piace, a capire che un imprevisto non è una catastrofe ma un pezzo di vita. Non perché sia piacevole inciampare, ma perché è inevitabile. E perché saper reggere un inciampo vale quanto un esame da 12 crediti.
La verità è che non serve una regola che dica “genitori fuori (anche a calci) dall’Università”. Serve una cultura che dica: “Ragazzi, tocca a voi. E va bene così.” Serve un’Università che non chieda adultità per decreto, ma che costruisca le condizioni perché l’autonomia sia possibile. Serve che i docenti parlino con gli studenti, non con i loro portavoce familiari.
E serve, soprattutto, che qualcuno abbia il coraggio di dirlo ad alta voce: se continuiamo così, non stiamo proteggendo i ragazzi. Stiamo solo rimandando il momento in cui dovranno imparare a cavarsela. E quel momento, prima o poi, arriva sempre.
Siamo rovinati? Forse sì. Ma non irreparabilmente. Purché, almeno all’Università, i genitori tornino a fare ciò che facevano una volta: stare un passo indietro. E lasciare che i figli facciano un passo avanti.
Anche perché, quando i genitori saranno morti, da chi si faranno aiutare? Contatteranno i genitori con sedute spiritiche? Oppure si creeranno un loro Avatar con l’Intelligenza Artificiale?
E tutto questo mentre il mondo cambia e va veloce: come faranno i loro pargoletti iperprotetti a competere con i loro coetanei cinesi, indiani, africani e del resto del mondo?
(A.C.)

