Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont, figura storica della sinistra progressista americana e per due volte candidato alle primarie presidenziali del Partito Democratico, è salito sul palco dell’auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto, al Salone del Libro di Torino, il 16 maggio 2026. Davanti a una sala gremita ha voluto chiarire subito un punto politico cruciale: le parole e le azioni di Donald Trump verso l’Europa non rispecchiano la posizione della stragrande maggioranza del popolo americano. Al contrario, ha insistito, molti cittadini degli Stati Uniti desiderano riallacciare e rafforzare un rapporto stabile, costruttivo e positivo con l’Europa, e sono pronti a fare tutto il possibile per ricostruire un legame transatlantico fondato sulla cooperazione tra democrazie.
Da questo chiarimento sul rapporto America–Europa, Sanders è passato a ciò che considera il vero terremoto interno alla democrazia statunitense: la crescita fuori scala delle disuguaglianze economiche. Ha ricordato che l’1% più ricco del Paese possiede una quota di ricchezza superiore a quella detenuta dal 93% più povero e che i vertici delle grandi corporation arrivano a guadagnare circa 350 volte il salario del lavoratore medio. Non si tratta di una semplice distorsione del mercato, ma di un cambiamento strutturale: mentre la classe dei miliardari vive il periodo più florido della storia americana, oltre il 60% degli americani vive alla giornata e quasi 800 mila persone non hanno una casa. È un quadro che trova riscontro nei dati del World Inequality Report e nei rapporti dell’OCSE, secondo cui il divario tra ricchi e poveri negli Stati Uniti ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi decenni.
Questa frattura non è solo un problema di giustizia sociale: è una minaccia diretta alla qualità della democrazia. Quando una minuscola élite concentra ricchezza, influenza mediatica e potere politico, la promessa di pari opportunità diventa sempre più fragile. Gli studi di economisti come Thomas Piketty e le analisi del Fondo Monetario Internazionale mostrano che la disuguaglianza estrema riduce la mobilità sociale, alimenta la sfiducia nelle istituzioni e apre spazi a leader che promettono soluzioni semplici a problemi complessi. In un contesto in cui il 10% più ricco controlla la gran parte della ricchezza nazionale, parlare di “merito” e “ascensore sociale” rischia di diventare retorica vuota.
Su questo terreno già instabile si innesta, secondo Sanders, la seconda grande sfida: l’irruzione dell’intelligenza artificiale e della robotica nei rapporti di lavoro e nella vita democratica. Dal palco del Lingotto ha definito l’AI “una minaccia a una forma di governo veramente democratica”, spiegando che negli Stati Uniti sempre più giovani la usano non solo per studiare, ma anche per costruire relazioni emotive profonde con sistemi artificiali. Se una parte crescente della vita affettiva, informativa e sociale passa attraverso piattaforme controllate da poche grandi aziende, chi controlla gli algoritmi finisce per avere un potere enorme nel plasmare opinioni, emozioni e percezioni della realtà.
Sanders ha poi richiamato un’altra preoccupazione diffusa: “sempre più spesso si sente dire che grazie all’intelligenza artificiale e ai robot si arriverà alla sparizione di molti tipi di lavori” e gli Stati Uniti, ha ammesso, “non sono preparati” a un’ondata di sostituzione occupazionale di questa portata. Le ricerche dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e di numerosi centri di studio confermano che una quota significativa di mansioni ripetitive, manuali e cognitive, è altamente automatizzabile, mentre i nuovi impieghi creati richiedono competenze elevate, accessibili soprattutto a chi dispone già di istruzione di qualità e capitale sociale. Senza politiche attive del lavoro, formazione continua e reti di protezione adeguate, l’innovazione tecnologica rischia di ampliare ulteriormente il divario tra chi può cavalcare la rivoluzione dell’AI e chi ne subisce solo gli effetti distruttivi sul reddito e sulla dignità professionale.
C’è poi un livello ancora più sottile, che riguarda il cuore stesso della vita democratica. Se gli algoritmi che selezionano le notizie, suggeriscono contenuti e modulano le interazioni sociali sono opachi e nelle mani di pochi attori privati, la capacità di manipolare il dibattito pubblico cresce in modo esponenziale. Studi condotti da università come MIT e Stanford hanno mostrato come sistemi automatizzati possano amplificare la polarizzazione, diffondere disinformazione e influenzare le scelte politiche attraverso campagne mirate. In un contesto di disuguaglianza estrema, questo potere digitale si somma a quello economico, creando una concentrazione di leve di controllo senza precedenti.
Per questo, quando Sanders afferma che “intelligenza artificiale e robot devono essere controllati”, non lancia uno slogan, ma delinea un’agenda politica. Controllare significa, innanzitutto, regolare la proprietà e l’uso dei dati, perché non diventino una rendita perpetua nelle mani di pochi colossi tecnologici. Significa garantire che i guadagni di produttività derivanti dall’AI siano condivisi, attraverso salari dignitosi, riduzione dell’orario di lavoro, sistemi fiscali progressivi e investimenti in servizi pubblici. E significa, soprattutto, proteggere lo spazio democratico da manipolazioni algoritmiche, imponendo trasparenza, verifiche indipendenti e limiti chiari all’uso dell’AI nei processi politici e informativi.
La ricerca comparata sulle democrazie mostra che quando la disuguaglianza supera determinate soglie, la fiducia nelle istituzioni crolla, la partecipazione si polarizza e cresce l’attrazione per soluzioni autoritarie. Se a questo si aggiunge una rivoluzione tecnologica non governata, il rischio è che la combinazione tra concentrazione della ricchezza e concentrazione del potere digitale produca un sistema formalmente democratico, ma sostanzialmente oligarchico. L’AI può diventare un moltiplicatore di queste tendenze: dalla profilazione politica di massa alla disinformazione automatizzata, fino alla sorveglianza capillare dei cittadini.
E tuttavia, nulla di tutto questo è scritto nel destino. I dati raccolti dal World Inequality Database e da progetti come Our World in Data mostrano che non tutti i Paesi hanno visto crescere la disuguaglianza allo stesso modo e che esistono modelli in cui welfare robusto, contrattazione collettiva, tassazione progressiva e investimenti pubblici hanno contenuto il divario tra i redditi. Allo stesso modo, l’intelligenza artificiale può essere orientata verso obiettivi di interesse generale: migliorare la sanità, rendere l’istruzione più accessibile, sostenere la transizione ecologica, potenziare i servizi pubblici.
Il punto, allora, non è opporre “democrazia” e “tecnologia”, ma riconoscere che una democrazia che accetta divari di reddito e ricchezza così estremi non è in grado di governare in modo equo la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Se la base materiale della cittadinanza è erosa, se milioni di persone vivono nell’insicurezza economica, se l’accesso all’istruzione di qualità è di fatto riservato a chi sta in alto nella distribuzione dei redditi, ogni nuova ondata tecnologica rischia di diventare un acceleratore di ingiustizia.
L’avvertimento che Sanders ha portato a Torino, dal palco del Salone del Libro, va ben oltre i confini americani: o la democrazia ritrova il coraggio di ridurre radicalmente il divario tra i redditi e di fissare regole chiare al potere economico e tecnologico, oppure rischia di trasformarsi in un involucro vuoto, formalmente integro ma sostanzialmente svuotato. Non è una profezia apocalittica, ma la lettura lucida di tendenze già in corso. La scelta, ancora per poco, è politica. E riguarda tutti noi, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

