Campania Felix: la tecnica della centuriazione romana

del Preside Carmine Strocchia

Unità di misura e suddivisione della centuria

Il territorio venne diviso in centuriae: gli agrimensori romani avevano coniato centuriatio dall’unità di misura della centuria, equivalente a 100 heredia (centuria deriva appunto da centum heredia), dove l’heredium, il «podere ereditabile» della tradizione più arcaica (da qui il termine erede), consisteva in 2 iugera (circa la metà di un ettaro). La centuria era quindi composta di 200 iugeri. La superficie della centuria era di 504.668 mq (pari a circa 50 ha), le heredia misuravano quindi 5046,68 mq, lo iugero (½  heredium) 2523,34 mq. L’unità minima era l’actus quadratus pari a 1/2 iugerum (1261,67 mq ciascuno) per cui la centuria era formata da 400 actus (20×20).

Ogni centuria era dunque suddivisa in 10 strisce, con linee parallele ai cardini e ai decumani, alla distanza tra loro di 2 actus (71,04 m) formando 100 heredia quadrate di circa 0,5 ettari (centum heredia = centuria). Ogni heredium era suddiviso in due iugeri a metà nell’asse sud-nord.

Ciascun lato lungo della centuria misurava circa 700 metri (20 actus), delimitato da sentieri di confine denominati, appunto, decumani (se con andamento da est ad ovest) e cardini (se da nord a sud). L’unità di misura (Fig 2) dello spazio romano, l’actus (metri 35,48) era empiricamente calcolato dall’area di terreno lungo il quale i buoi potevano tirare l’aratro in una sola tratta, mentre lo iugerum, sempre secondo la definizione di Plinio (Naturalis Historia), era la superficie di terreno (2523 mq) che si poteva arare con un paio di buoi nel corso di una giomata di lavoro (e infatti jugerum  deriva da jugum). 

. Si trattava, di una vera e propria pianificazione e razionalizzazione del territorio, che doveva nascere dal cuore stesso della città nel punto di incrocio del cardo con il decumanus, i due assi ortogonali che, portati all’infinito, erano l’origine della ratio pulcherrima (sistema bellissimo) immaginata dagli agrimensori romani come rapporto più equilibrato tra città e territorio.  Sebbene una parte importante dell’ager capuanus rimase in affitto allo Stato romano (producendo rendite significative), la centuriazione facilitò la creazione di lotti agricoli destinati a coloni e veterani romani.

 L’ager centuriatus veniva tracciato dagli agrimensores (i geometri dell’epoca) che curavano la misurazione e la marcatura dei confini, creando, al posto delle precedenti suddivisioni irregolari, una griglia geometrica regolare tracciata utilizzando uno strumento chiamato groma. 

L’utilizzo della groma

L’agrimensor, analogamente agli insediamenti, individuava un umbilicus agri da cui, mediante la groma, tracciava due assi stradali perpendicolari tra loro: il primo generalmente in direzione est-ovest, era, come detto, “decumano massimo” (decumanus maximus), il secondo in direzione nord-sud, il ” cardine massimo” (cardo maximus). L’agrimensor si posizionava nell’umbilicus con lo sguardo verso ovest e definiva il territorio, definendo col nome ultra ciò che vedeva davanti; citra quanto aveva alle spalle, dextera quello che vedeva alla sua destra e sinistra quello che vedeva alla sua sinistra. Successivamente venivano tracciati, da una parte e dall’altra degli assi iniziali, i cardini e i decumani secondari (limites quintarii), assi stradali posti paralleli ad intervalli di 100 actus (circa 3,5 km). Il territorio risultava così suddiviso in tanti quadrati detti saltus. La rete stradale veniva poi infittita con strade parallele ai cardini, distanti tra loro 20 actus (710,40 m). Le superfici quadrate risultanti da questa ulteriore divisione erano le “centurie”. 

La groma serviva per tracciare linee rette e angoli retti ed era costituita da una croce a bracci uguali perpendicolari tra loro, sull’estremità dei quali erano fissati dei fili a piombo (perpendicula). La croce era collegata all’asta di supporto mediante un braccio che permetteva di posizionare l’asta in modo che non s’interponesse tra i due fili a piombo quando si traguardava tra l’uno e l’altro. All’operazione era necessario disporre di paline (metae), e di una riga (modulus). La più corta misurava un piede, pes. Quelle più lunghe erano chiamate perticae (es. perticae decempedae quelle di 10 piedi).

Tuttavia per ragioni pratiche, l’orientamento degli assi non sempre coincideva con i punti cardinali, seguendo invece la conformazione dei luoghi, la pendenza del terreno per favorire il deflusso dell’acqua piovana lungo i canali di bonifica che venivano tracciati. Altre volte si basava sull’orientamento di vie di comunicazione esistenti o erano il prolungamento del cardo e del decumano massimo di una città, che veniva a trovarsi in corrispondenza dell’umbilicus

Ancora oggi, in alcune zone d’Italia il paesaggio della pianura è influenzato dagli esiti della centuriazione romana, con la persistenza degli elementi rettilinei (viabilità, canali di scolo, divisione di proprietà) sopravvissuti all’evoluzione territoriale e spesso elementi fondativi nell’urbanizzazione, quanto meno fino al XX secolo, quando la speculativa crescita urbana ha cancellato molte tracce sparse nella campagna agricola. 

La rete di strade tracciate durante la centuriazione si integrò con la rete viaria principale, inclusa la via Appia che, come già visto, collegava Capua a Roma.

La centuriazione romana ha certamente lasciato una traccia persistente nel paesaggio campano, visibile ancora oggi in alcune zone dell’agro aversano e capuano, dove le moderne strade e i confini dei campi riprendono spesso l’orientamento antico. Infatti le linee di confine tra le centurie diventavano spesso strade, canali di scolo o muretti, molti dei quali sono ancora visibili oggi nella viabilità moderna. Si può dire che la centuriazione di Capua sia una delle meglio conservate al mondo tanto che nella zona tra Santa Maria Capua Vetere, Aversa e Marcianise, le strade rurali si incrociano ad angoli retti perfetti e i canali di bonifica seguono ancora l’orientamento stabilito dai romani oltre 2.000 anni fa.

Il territorio confiscato era estremamente fertile e strategico e la centuriazione servì a trasformare questo paesaggio in una risorsa produttiva direttamente controllata da Roma. La scelta, quindi, di centuriare il territorio campano non fu solo una questione di efficienza agricola, ma rispondeva a precise esigenze politiche: da un lato, si mirava a smantellare l’aristocrazia locale in quanto, togliendo la terra alle famiglie capuane che avevano appoggiato Annibale, Roma distrusse definitivamente la base economica del loro potere. Dall’altro, la terra, in un’ottica di controllo sociale, veniva assegnata ai veterani dell’esercito o a coloni romani, il che creava una “barriera” di cittadini fedeli a Roma in una zona strategica.

L’Ager Falernus, parte più settentrionale della pianura campana e intermedia tra le colonie romane di Sinuessa (ubicata nella zona oggi situata tra Mondragone e  Sessa Aurunca) e Capua, rappresenta un caso interessante nella storia degli insediamenti agricoli dell’Urbe, segnando il primo ma decisivo passo di Roma verso il controllo della Campania dopo le confische e le assegnazioni (deductiones) che seguirono la guerra sannitica e annibalica (inizi III-II sec. a.C.). L’area fu oggetto di centuriazione e assegnazione coloniaria, con lotti organizzati per favorire la produzione agricola, finalizzata alla creazione di vigne di pregio, rendendo la zona una sorta di “distretto industriale” del vino ante litteram. Su di essa infatti Roma installò dei coloni a titolo individuale dotandoli di terra (3 iugeri e un quarto ciascuno pari a circa 8200 mq). L’ager Falernus, nonostante la sistematizzazione, non sviluppò una singola grande città egemone, ma un popolamento rurale diffuso basato su ville rustiche, fattorie e piccoli agglomerati (vici). La gestione amministrativa e commerciale dell’area era invece affidata a piccoli centri mercatali e amministrativi detti fora (plurale di forum), come ad esempio il Forum Popilii e il Forum Claudii, situati lungo le vie di comunicazione principali (Appia). O alle vicine colonie romane (es Sinuessa), lasciando il Falerno come un’estensione agricola privilegiata. Una “pianificazione territoriale”, di grande funzionalità strategica ed economica, basata su un forte legame tra produzione agricola e insediamento. Questa struttura, nota come “organizzazione a fora“, rappresentava così un modello di controllo territoriale efficace per zone agricole intensamente sfruttate, dove la vita amministrativa ruotava attorno a centri minori rispetto ai grandi centri.

La Campania, “granaio” d’Italia, era così oggetto di una divisione razionale che permetteva una produzione intensiva di cereali, vino e olio, tassabili dallo Stato e la conseguente massimizzazione delle rendite per Roma. Questa si limitava peraltro ad imporre un tributo mediante la consueta locazione censoria. Il regime agrario
dell’Ager campanus e dei territori vicini era, almeno in prevalenza, quello della gestione diretta di piccoli fondi da parte della famiglia contadina. Vi era anche una parte posseduta da persone di elevato rango sociale, sebbene non siano conosciute le forme della gestione. La produzione non era esclusivamente cerealicola o di legumi, ma anche di frutta, vigneto ed olivo. fibre vegetali, forse piante aromatiche per la fabbricazione di profumi. Già nel I secolo a.C. ed agli inizi del I secolo, la produzione era eccedente rispetto al consumo locale e parte di essa veniva venduta.


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