Carnevale: dall’antica Roma a Rio passando per Venezia: il lungo viaggio della trasgressione rituale dal Lupercale al Sambódromo

Dalle licenze sacre dei Lupercalia e dei Saturnalia, quando Roma sovvertiva per pochi giorni il proprio ordine sociale, alle maschere enigmatiche e intriganti di Venezia che celano identità e desideri, fino all’esplosione sensuale del Carnevale brasiliano, la storia delle feste d’inversione rivela un medesimo impulso: creare un tempo altro, in cui l’uomo possa trasgredire, mutare volto e celebrare la propria libertà più profonda.

Sin dai tempi più remoti, le società umane hanno avvertito il bisogno di sospendere l’ordine quotidiano per immergersi, almeno per un breve tratto dell’anno, in un universo capovolto. È in questa dimensione liminale, sospesa tra rito e gioco, che affonda le sue radici il nostro Carnevale. Non si tratta di un’invenzione medievale né di un semplice preludio alla Quaresima: esso è, piuttosto, l’eco lontana di antichi culti romani, nei quali la comunità celebrava la fertilità, la rinascita e la temporanea dissoluzione delle gerarchie. Lupercalia e Saturnalia, due feste diversissime tra loro, hanno lasciato nel Carnevale moderno tracce profonde, quasi filigrane che ancora oggi riconosciamo nei suoi eccessi, nelle sue maschere e nella sua gioiosa anarchia.

I Lupercalia, celebrati tra il 13 e il 15 febbraio, erano dedicati a Fauno Luperco, divinità agreste e protettrice delle greggi. Le fonti antiche – da Ovidio a Plutarco – descrivono riti complessi, nei quali la comunità cercava la benevolenza del dio per assicurare prosperità e fecondità. I sacerdoti luperci correvano per la città colpendo con strisce di cuoio le donne che incontravano: un gesto simbolico, ritenuto capace di favorire la fertilità. Il tema della rinascita, della vitalità che irrompe dopo il gelo invernale, è uno dei lasciti più evidenti di questa festa al nostro Carnevale.

Ben più articolati erano i Saturnalia, celebrati originariamente il 17 dicembre e poi estesi, sotto Augusto e Domiziano, fino a occupare quasi un’intera settimana. Saturno, dio dell’età dell’oro, rappresentava un tempo mitico in cui gli uomini vivevano liberi e uguali, senza padroni né schiavi. Durante la festa, questa memoria arcaica veniva teatralmente rievocata: i servi assumevano il ruolo dei padroni, mentre i padroni, per un giorno, servivano i propri schiavi. Seneca e Ateneo confermano che in quei giorni la libertà di parola era totale, e la licenza dei costumi raggiungeva livelli che, in altri momenti dell’anno, sarebbero stati impensabili.

La città si trasformava in un palcoscenico di eccessi: banchetti, vino, musica, danze, mascherate, e soprattutto il gusto per l’inversione dell’ordine sociale. Veniva eletto un “princeps Saturnalicius”, una sorta di re burlesco, scelto a sorte, che indossava abiti sgargianti e una maschera grottesca. Il suo potere era assoluto ma effimero, simbolo di un’autorità capovolta e caricaturale. I giochi d’azzardo, normalmente proibiti, erano consentiti; i dadi scorrevano sui tavoli delle taverne, mentre il mulsum, vino addolcito con miele, scorreva in abbondanza.

Luciano, nel suo Saturnalia, descrive con ironia questa sospensione del quotidiano: tutto era permesso, tranne le “azioni serie”. Cicerone, nelle Verrine, racconta convitati stesi a terra come dopo una battaglia, vinti dall’eccesso di cibo e vino. Era un mondo alla rovescia, un breve ritorno all’età dell’oro, ma anche un modo per esorcizzare paure collettive: il solstizio d’inverno, con le sue tenebre precoci, e il timore delle rivolte servili.

Non meno significativo fu il lascito dei Saturnalia al Natale cristiano, soprattutto nello scambio dei doni. Marziale e Giovenale testimoniano che i ricchi romani acquistavano regali per i loro clientes nella Saepta, il grande mercato che sorgeva dove oggi si apre Piazza Navona. Spezie, frutta, dolci, utensili, libri, profumi: un repertorio che ricorda da vicino le nostre tradizioni natalizie.

Il Carnevale medievale ed europeo, erede di queste feste romane, mantenne intatti molti elementi: la maschera come strumento di libertà, la satira sociale, la licenza dei costumi, il gusto per l’eccesso. Le città si riempivano di cortei, carri allegorici, canti e danze; i ruoli sociali venivano temporaneamente sospesi, e il popolo si appropriava dello spazio urbano con una vitalità che sfidava l’ordine costituito.

Oggi il Carnevale è una celebrazione globale, con forme diversissime ma unite da un filo rosso antico. Venezia, con le sue maschere raffinate e il suo teatro di eleganza; Viareggio, con i colossi satirici di cartapesta; Ivrea, con la sua battaglia delle arance; Colonia, con la sua gioiosa invasione delle strade; New Orleans, con il suo Mardi Gras di piume e perle; Notting Hill, con i ritmi caraibici che incendiano Londra.

E poi c’è il Carnevale brasiliano, forse il più spettacolare del mondo. A Rio de Janeiro, la sfilata nel Sambódromo è un rito collettivo che unisce storia, musica, danza e identità. Le scuole di samba preparano per un anno intero costumi, coreografie e carri che raccontano miti, epopee, sogni popolari. La bellezza delle donne brasiliane, avvolte in costumi scintillanti, diventa simbolo di un’energia vitale che sembra inesauribile. Il ritmo dei tamburi, la sinuosità della samba, la potenza visiva dei colori trasformano la notte carioca in un’esperienza quasi mistica, dove l’antico spirito dei Saturnalia e dei Lupercalia sembra riaffiorare, trasfigurato ma riconoscibile.

In fondo, il Carnevale continua a ricordarci ciò che gli antichi Romani sapevano bene: che ogni società ha bisogno, almeno una volta l’anno, di rompere l’ordine, celebrare la vita, e concedersi il lusso di essere, per un attimo, diversa da sé stessa.

(L. C.)

epaselect epa12752764 A member of the Samba Academicos do Salgueiro group reacts in the sambadrome on the third day of Carnival in Rio de Janeiro, Brazil, 17 February 2026 (issued 18 February 2026). EPA/Andre Coelho