Ottant’anni fa, in un laboratorio dell’Università della Pennsylvania, veniva acceso un dispositivo destinato a cambiare per sempre il rapporto dell’umanità con il calcolo: l’ENIAC, il primo computer elettronico, digitale e completamente programmabile della storia. Non era soltanto una macchina imponente — 180 metri quadrati di superficie, 30 tonnellate di peso e 18.000 valvole termoioniche — ma un esperimento visionario che avrebbe inaugurato l’era dell’informatica moderna.
La sua realizzazione fu affidata agli ingegneri J. Presper Eckert e John Mauchly, ma la vera rivoluzione non risiedeva soltanto nell’hardware. A rendere l’ENIAC una macchina capace di risolvere problemi complessi furono sei giovani donne, selezionate tra circa duecento candidate, che avrebbero scritto un capitolo fondamentale — e per decenni ignorato — della storia della tecnologia. I loro nomi: Frances Bilas Spence, Jean Jennings Bartik, Ruth Lichterman Teitelbaum, Kathleen “Kay” McNulty Mauchly, Betty Snyder Holberton e Marlyn Wescoff Meltzer.
Queste programmatrici non si limitarono a “usare” la macchina: ne compresero l’architettura interna, ne interpretarono i limiti, ne immaginarono le potenzialità. In un’epoca in cui la parola “computer” indicava spesso le donne impiegate nei calcoli manuali, furono loro a trasformare l’ENIAC da un ammasso di pannelli e cavi in un sistema in grado di affrontare problemi balistici, simulazioni scientifiche e persino le prime previsioni meteorologiche generate da un calcolatore.
Uno degli aspetti più affascinanti del loro lavoro riguarda il metodo di caricamento dei dati, un processo radicalmente diverso da ciò che oggi intendiamo per “programmare”. L’ENIAC non eseguiva istruzioni scritte in un linguaggio testuale: ogni programma era il risultato di un complesso cablaggio fisico. Le programmatrici dovevano impostare manualmente interruttori, collegare pannelli con decine di cavi, configurare banchi di commutatori e predisporre sequenze di operazioni che la macchina avrebbe eseguito in modalità batch.
Il batch processing dell’ENIAC consisteva nel preparare in anticipo l’intero set di istruzioni e dati, caricandoli fisicamente nella macchina prima dell’esecuzione. Non esisteva interattività: una volta avviato il calcolo, il sistema procedeva autonomamente fino alla fine, e qualsiasi modifica richiedeva di ricablare tutto da capo. Questo metodo, oggi superato, fu però il primo passo verso l’automazione dei processi di calcolo e rappresentò una sfida tecnica e concettuale che le sei programmatrici affrontarono con ingegno e rigore.
Il lavoro era talmente complesso che nessun manuale avrebbe potuto guidarle: furono loro a inventare le prime strategie di debugging, a interpretare i diagrammi elettrici, a immaginare soluzioni per ottimizzare i tempi di esecuzione. Eppure, per molti anni, il loro contributo rimase nell’ombra. Le fotografie ufficiali dell’epoca le ritraevano accanto alla macchina, ma venivano spesso scambiate per semplici modelle o assistenti. Solo decenni dopo la comunità scientifica ha riconosciuto il loro ruolo pionieristico, grazie anche a ricerche storiche e progetti dedicati alla loro memoria.
L’ENIAC rimase operativo fino al 1955, consumando quantità di energia tali da causare occasionali blackout e richiedendo la sostituzione continua delle valvole, che si bruciavano con impressionante frequenza. Nonostante i limiti, aprì la strada ai computer successivi e contribuì allo sviluppo di tecnologie fondamentali, dai transistor alle prime applicazioni scientifiche automatizzate.
Oggi, a ottant’anni dalla sua installazione, mentre l’intelligenza artificiale si intreccia sempre più con la robotica e con la nascita dei primi sistemi autonomi capaci di operare come veri e propri “agenti” digitali, l’ENIAC appare meno come un reperto museale e più come l’eco di un processo che si ripete. Allora come oggi, una nuova tecnologia stava imparando a dialogare con l’ingegno umano, e la collaborazione tra persone e macchine apriva possibilità che nessuno aveva ancora gli strumenti per immaginare. L’ENIAC rappresentò il primo grande incontro tra hardware e programmazione; oggi assistiamo all’incontro tra algoritmi intelligenti e dispositivi capaci di agire nel mondo fisico. In entrambi i casi, l’innovazione nasce dall’intreccio, non dalla sostituzione. E resta esemplare il contributo delle sei programmatrici che trasformarono un prototipo sperimentale nel primo computer programmabile della storia: il loro lavoro ricorda che ogni rivoluzione tecnologica, anche quella attuale, prende forma solo quando qualcuno riesce a dare un metodo, un linguaggio e un senso alle macchine che cambiano il nostro tempo.

