Le Regioni italiane, nate con l’obiettivo di avvicinare lo Stato ai cittadini, si sono trasformate, per buona parte, in macchine di potere autoreferenziali. Dovevano essere il ponte tra le istituzioni e il territorio, sono diventate dei muri con un nuovo centralismo, burocrazia gonfiata, visioni ristrette e decisioni spesso in rotta di collisione con le linee generali dello Stato. Nel frattempo, i Comuni – i veri presidi storici della democrazia locale – sono stati relegati al ruolo di ultimi, svuotati di risorse e con competenze senza aiuti.
La qualità della vita non è uno slogan. Significa poter lavorare, avere un’occupazione stabile, costruire una famiglia, vivere con serenità e guardare al futuro senza paura. E questo, oggi, non lo garantisce né la Regione né lo Stato centrale. Fin dalla nascita delle Regioni si poteva immaginare una speranza in più, un’occasione per riequilibrare il Paese. Quell’occasione è stata sprecata.
Oggi la politica regionale è troppo spesso un “feudo” personale, dove l’obiettivo non è servire i cittadini ma restare incollati alla poltrona il più a lungo possibile. Il risultato? Carrozzoni, enti inutili, costi enormi e divari territoriali ancora più profondi.
È tempo di una revisione vera, radicale, che ripensi contenuti, forme e territori delle Regioni. Ma la domanda che brucia è una sola: con quale classe dirigente possiamo farlo, se proprio la scarsa qualità di chi governa è la radice del problema?
Perché senza buona classe dirigente, ogni riforma è solo un castello costruito sulla sabbia.

