Difendere i figli “a prescindere”, anche quando hanno torto evidente, è diventato un riflesso sempre più diffuso. È un gesto che molti genitori vivono come un atto d’amore, ma che la letteratura psicologica e sociologica considera profondamente diseducativo per i ragazzi e autolesionistico per gli adulti stessi. Numerosi studi mostrano che l’iperprotezione e la difesa incondizionata non solo non aiutano i giovani a crescere, ma li espongono a sviluppare comportamenti disfunzionali che, nel tempo, si ritorcono proprio contro la famiglia.
La psicologia dello sviluppo ha descritto questo fenomeno con termini ormai noti: “genitorialità elicottero” (Segrin et al., Journal of Child and Family Studies, 2013), “genitorialità spazzaneve” (Lythcott-Haims, How to Raise an Adult, 2015) e “overparenting” (Schiffrin et al., Journal of Child and Family Studies, 2014). Tutte queste forme di intervento eccessivo hanno un tratto comune: il genitore rimuove ostacoli, responsabilità e conseguenze, impedendo al figlio di sperimentare la frustrazione, l’errore e il limite. La ricerca mostra che i ragazzi cresciuti in questo modo sviluppano più facilmente bassa tolleranza alla frustrazione, scarsa autonomia, difficoltà nella gestione dei conflitti e un senso distorto di diritto e impunità.
Sul piano scolastico, diversi studi italiani e internazionali (tra cui quelli di Massimo Ammaniti e Gustavo Pietropolli Charmet, entrambi psicoterapeuti e studiosi dell’adolescenza) evidenziano come la crescente tendenza dei genitori a contestare insegnanti e istituzioni educative abbia effetti controproducenti. Charmet parla di “genitori avvocati difensori”, pronti a proteggere il figlio da qualsiasi critica per colmare sensi di colpa legati alla propria assenza o alle proprie frustrazioni personali. Ammaniti sottolinea come questo atteggiamento generi nei ragazzi un’idea onnipotente di sé, che li porta a percepire ogni richiamo come un’ingiustizia e ogni limite come un affronto.
La sociologia dell’educazione conferma questo quadro. Il sociologo americano Frank Furedi, nel suo libro Paranoid Parenting (2001), descrive come la paura di fallire come genitori spinga molti adulti a trasformarsi in difensori permanenti dei figli, anche quando questi sbagliano. Ma il risultato, osserva Furedi, è l’opposto di ciò che si desidera: i giovani crescono più fragili, più aggressivi e meno capaci di assumersi responsabilità. In Italia, il sociologo Luca Ricolfi ha parlato di “società signorile di massa”, dove molti genitori, pur di evitare conflitti, finiscono per alimentare nei figli una cultura della pretesa e dell’autoassoluzione.
La psicologia clinica osserva inoltre un fenomeno inquietante: i ragazzi che crescono senza limiti chiari e senza la possibilità di sperimentare le conseguenze delle proprie azioni tendono, in adolescenza e in età adulta, a rivolgere lo stesso comportamento proprio verso i genitori. Diversi studi sul comportamento oppositivo-provocatorio (tra cui quelli di Alan Kazdin, Yale University) mostrano che la mancanza di confini e la difesa incondizionata favoriscono l’insorgere di bugie, manipolazioni, aggressività e, nei casi più estremi, comportamenti violenti. Non perché i ragazzi “nascono così”, ma perché hanno interiorizzato un modello relazionale in cui la responsabilità è sempre degli altri e il conflitto si risolve con la pretesa, non con il dialogo.
Molti psicoterapeuti italiani che lavorano con famiglie e adolescenti (come Federico Tonioni, neuropsichiatra del Policlinico Gemelli) sottolineano come la difesa cieca dei figli sia spesso una forma di compensazione: genitori che si sentono poco presenti, poco efficaci o frustrati nella propria vita personale o coniugale cercano di “riparare” sostenendo il figlio anche quando è indifendibile. Ma questa dinamica, invece di sanare, crea un circolo vizioso: il ragazzo impara che può mentire, manipolare o aggredire senza conseguenze, mentre il genitore si ritrova progressivamente più debole, più esasperato e più solo.
La ricerca educativa è unanime nel dire che i ragazzi hanno bisogno di adulti che li sostengano, non che li giustifichino. Hanno bisogno di essere ascoltati, ma anche di essere contraddetti. Hanno bisogno di sentirsi amati, ma anche di sapere che l’amore non è sinonimo di impunità. La funzione educativa non è quella di eliminare gli ostacoli, ma di insegnare a superarli. Non è quella di difendere sempre, ma di aiutare a comprendere quando si sbaglia. Non è quella di sostituirsi, ma di accompagnare.
Difendere i figli quando hanno torto non li protegge: li espone. Non li rafforza: li indebolisce. Non li rende più amati: li rende più soli. E, soprattutto, prepara il terreno a un futuro in cui saranno proprio loro a non riconoscere più l’autorità, il sacrificio e il valore dei genitori. Perché ciò che si semina nella relazione educativa, prima o poi, ritorna. E ritorna amplificato.

