IRPINIA – Cascola eccezionale delle nocciole. Le associazioni chiedono lo stato di calamità. Ma occorre comprendere che non può essere questa la soluzione definitiva


Lungi dall’essere un episodio isolato, la drammatica cascola delle nocciole registrata quest’estate in Irpinia – con tassi di perdita stimati  dal 40 fino all’80 % della produzione – si inserisce in un contesto di cambiamento climatico ormai consolidato, che impone una riflessione urgente sul futuro della corilicoltura italiana e sulla politica di gestione.

Il fenomeno, anticipato di settimane rispetto al normale ciclo di maturazione, non è stato unicamente la conseguenza di un’ondata di caldo anomala, ma il risultato di un mix sinergico di stress termico prolungato, precipitazioni improvvise e violente, attacchi di insetti fitofagi e patologie fungine. Le regioni più colpite – non soltanto la Campania, ma anche Piemonte, Lazio e persino alcune aree della Turchia – vedono ora mettere a rischio la stessa sopravvivenza economica di migliaia di piccoli e medi agricoltori, che vedono vanificati anni di investimenti e fatica sul campo.

In Irpinia, con i suoi oltre 8.000 ettari coltivati e circa 3.700 aziende attive, la caduta precoce dei frutti ha indotto i rappresentanti delle organizzazioni agricole e i politici locali a invocare formalmente lo stato di calamità naturale.
L’iter, già avviato con note e documentazioni da parte del consigliere regionale Enzo Alaia e del Comitato degli Agricoltori della Media Valle del Sabato guidato da Roberto Lauro, mira a garantire l’accesso ai fondi straordinari previsti dal D.Lgs. 29 marzo 2004, n. 102, nonché alle coperture assicurative fino al 70 % dei danni subiti.
Dalla giurisprudenza – in particolare l’ordinanza della Corte di Cassazione n. 15187/2025 – deriva inoltre la conferma della possibilità di indennizzi in presenza di “eventi naturali eccezionali e imprevedibili”.

Tuttavia, se è indubbio che le condizioni climatiche attuali abbiano superato il confine dell’“evento straordinario”, sarebbe miope limitarsi a confidare nei contributi pubblici ogni qualvolta la natura si mostri avversa.

I mutamenti del clima non possono essere più considerati un fatto eccezionale, ma la nuova normalità: un trend in costante peggioramento, destinato a ripetersi, che richiede strategie di lungo periodo e investimenti mirati piuttosto che risposte puntuali e una tantum.

È ormai chiaro che il primo passo per rendere davvero resilienti i noccioleti irpini non può prescindere da un serio rinnovamento delle coltivazioni: adottare varietà resilienti, cioè cultivar selezionate per tollerare meglio stress termici e idrici, diventa indispensabile se vogliamo contrastare ondate di calore e siccità sempre più frequenti. Allo stesso tempo, impostare sistemi di impianto innovativi, con una densità di piante calibrata intorno alle mille unità per ettaro – ideale sia per la raccolta meccanizzata sia per limitare la competizione d’acqua – e l’applicazione della pacciamatura per ridurre drasticamente l’evaporazione del suolo, rappresenta un investimento che ripaga nel medio termine. Non meno cruciale è la piantagione orientata: modelli di allevamento studiati per favorire la circolazione dell’aria e la penetrazione della luce nella chioma, capaci di abbassare l’umidità interna e ridurre l’incidenza di malattie fungine.

Né va trascurata la sfera della gestione idrica e della difesa attiva: un’efficace irrigazione localizzata, alimentata da sensori di umidità e supportata da una programmazione irrigua basata su previsioni meteorologiche, consente di fornire acqua solo quando serve, ottimizzando risorse preziose. L’installazione di reti antigrandine e protezioni modulari protegge i frutteti dagli eventi meteorologici estremi, mentre una difesa integrata, fondata sul monitoraggio costante di parassiti come Curculio nucum e balanino e sull’impiego mirato di prodotti a basso impatto ambientale, limita i danni da insetti fitofagi senza compromettere l’equilibrio dell’ecosistema.

In un contesto dove l’inaffidabilità climatica rappresenta il principale fattore di rischio, è altrettanto fondamentale considerare che oggi il settore dispone di assicurazioni strutturate secondo il Regolamento UE 2022/2472, in grado di coprire fino al 70 % dei danni qualora si superi il 30 % di perdita di produzione. Sottoscrivere queste polizze non deve più essere visto come un costo accessorio, ma come un vero e proprio presidio di gestione del rischio d’impresa, capace di salvaguardare il capitale aziendale e di garantire una maggiore serenità nella pianificazione degli investimenti futuri.

Accanto a queste misure, la diversificazione delle colture offre un’ulteriore via per ridurre la vulnerabilità complessiva: se il nocciolo, a regime, assicura un ricavo lordo di circa 9–10.500 €/ha dal settimo anno e un margine netto di 8–10.000 €/ha, valutare coltivazioni alternative quali mandorlo, frutti antichi o orticole ad alto valore aggiunto significa creare nuove fonti di reddito e ammortizzare gli shock climatici su un paniere produttivo più ampio.

Va poi ricordato che l’agricoltura italiana beneficia già di generose agevolazioni, dalle accise ridotte sul gasolio agricolo agli incentivi per l’acquisto di macchinari, fino alle risorse del PNRR per l’ammodernamento tecnologico. Se da un lato è legittimo rivendicare il sostegno pubblico in situazioni di crisi, dall’altro non si può ignorare che categorie come i pendolari, alle prese con l’aumento esponenziale dei costi dei trasporti, non dispongano di analoghi ammortizzatori e subiscano una consistente riduzione del reddito disponibile. Un’economia fondata sulla responsabilità imprenditoriale richiede dunque che ogni agricoltore si doti non soltanto di tecnologie e innovazioni, ma anche di una solida cultura del rischio, evitando che il ricorso sistematico ai contributi pubblici si trasformi in un “malcostume” assistenzialista, capace di soffocare la capacità di reazione e di adattamento delle comunità rurali.

Le nocciole irpine rappresentano un patrimonio economico e ambientale di prim’ordine, con rese medie di 2,5–3 t/ha e prezzi di mercato altamente competitivi. L’obiettivo nei prossimi anni dovrà quindi essere duplice: assicurare sostegni pubblici rapidi ed equi nell’emergenza, ma contemporaneamente promuovere un percorso di modernizzazione, resilienza e responsabilizzazione imprenditoriale, affinché né il clima avverso né un eccessivo ricorso ai fondi pubblici si traducano in un freno allo sviluppo delle nostre comunità agricole e non si comprometta la sostenibilità a lungo termine di questa filiera d’eccellenza.


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