EUROPA – Perché l’Europa deve muoversi adesso e con lucidità

Nel castello di Alden Biesen, a pochi chilometri da Liegi (Belgio) durante il vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea del 12 febbraio 2026, Mario Draghi ha ripreso la parola davanti ai 27 leader, ribadendo con toni ancora più netti l’urgenza di agire. È in questa sede che ha lanciato il suo nuovo allarme: l’Europa sta perdendo competitività, e senza una svolta immediata rischia di perdere sé stessa. Si rinnova l’asse Italia-Germania. Si rafforza l’ipotesi di Europa a 2 velocità, composta da 9 nazioni, tra cui l’Italia.

C’è un momento, nella vita delle istituzioni, in cui la storia accelera più della politica. L’Europa è esattamente in quel punto. E la voce che oggi risuona più forte, più lucida e più autorevole nel ricordarcelo è quella di Mario Draghi. Non un opinionista, non un leader di parte, ma l’uomo che ha salvato l’euro nel 2012 e che oggi, con la stessa nettezza, avverte: «Se non agiamo subito, perderemo competitività, autonomia strategica e benessere».

Il suo rapporto sulla competitività europea, consegnato alla Commissione nel settembre 2024, è diventato la base tecnica del dibattito politico del 2025–2026. E non è un caso che, proprio in queste settimane, la discussione sul debito comune europeo sia tornata al centro dell’agenda dei governi: non per ideologia, ma per necessità.

Perché se ne parla ora? La ragione è semplice: i numeri non mentono. Secondo stime consolidate della Commissione e dell’Eurosistema, l’Europa deve colmare un gap di investimenti di circa 5.400 miliardi di euro tra il 2025 e il 2031, pari a 770–800 miliardi l’anno, per restare competitiva nella transizione energetica, nella digitalizzazione, nelle tecnologie critiche e nella difesa.

Non si tratta di un’opinione: è un dato strutturale. E nessuno Stato membro, da solo, può sostenere una simile massa finanziaria senza compromettere i propri bilanci.

Ecco perché la proposta di Emmanuel Macron – una capacità di indebitamento comune per finanziare progetti strategici – è tornata sul tavolo. Ecco perché Draghi, con la consueta franchezza, ha ricordato ai leader europei che «il tempo delle esitazioni è finito». Ecco perché la Germania, pur restia, non può più limitarsi a un “nein” di principio.

La sveglia di Mario Draghi non è un gesto simbolico: è l’allarme di chi conosce i numeri, le istituzioni e i mercati. Il rapporto che Draghi ha consegnato alla Commissione europea nel settembre 2024 è diventato la base tecnica del dibattito politico attuale, e non è un caso che proprio ora, mentre l’Europa discute di debito comune e riforme istituzionali, quelle analisi siano tornate al centro della scena. La ragione è semplice: i dati non concedono più margini di rinvio. Secondo stime consolidate della Commissione e dell’Eurosistema, l’Unione deve colmare un fabbisogno di investimenti pari a 5.400 miliardi di euro tra il 2025 e il 2031, cioè circa 770–800 miliardi l’anno, per restare competitiva nella transizione energetica, nella digitalizzazione, nelle tecnologie critiche e nella difesa. Numeri di questa portata non sono sostenibili dai singoli bilanci nazionali senza compromettere stabilità e crescita.

È in questo contesto che la proposta di Emmanuel Macron sulla creazione di una capacità di indebitamento comune ha ripreso vigore. Non si tratta di un vezzo politico, ma della constatazione che l’Europa, da sola, non può reggere l’urto della competizione globale. Draghi lo ha detto con chiarezza: «Il tempo delle esitazioni è finito». E la sua voce pesa perché non parla per slogan, ma per esperienza. Il Next Generation EU ha già dimostrato che l’Unione può emettere debito comune a costi inferiori rispetto alla media dei singoli Stati, generando risparmi e finanziando progetti che nessun Paese avrebbe potuto sostenere da solo. Il punto non è chi paga per chi, ma come si crea valore insieme.

Castello di Alden Biesen (Belgio)

Il vero collo di bottiglia, però, non è economico: è istituzionale. L’Europa continua a prendere decisioni cruciali con il freno a mano tirato, ostaggio del veto e dell’unanimità. Eppure i trattati già prevedono strumenti per superare questa paralisi. L’Articolo 20 del Trattato sull’Unione Europea consente la cooperazione rafforzata, permettendo a un gruppo di Stati di procedere più rapidamente su dossier strategici. Gli Articoli 326–334 del TFUE ne disciplinano il funzionamento. L’Articolo 238 del TFUE stabilisce la maggioranza qualificata, basata sulla “double majority”: il 55% degli Stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione. Draghi ha insistito su questo punto perché sa che la competizione globale non aspetta i tempi della diplomazia europea. «Non possiamo più permetterci che un singolo Paese blocchi l’interesse collettivo», ha ribadito.

Il rischio geopolitico è evidente. L’Europa dipende ancora da fornitori esterni per semiconduttori, batterie, materie prime critiche e tecnologie strategiche. In un mondo in cui la geopolitica è tornata a essere dura e competitiva, l’autonomia strategica non è un lusso: è una condizione di sopravvivenza. Senza investimenti comuni e senza un mercato unico davvero integrato, l’Europa rischia di diventare irrilevante, schiacciata tra Stati Uniti e Cina. Draghi non usa mezzi termini perché sa che la finestra per intervenire si sta chiudendo.

In questo scenario, l’idea di un’Europa a due velocità non è una minaccia, ma una soluzione pragmatica. Meglio un’Unione che avanza a cerchi concentrici che un’Unione immobile. Le cooperazioni rafforzate non violano nulla, non dividono nulla: permettono ai Paesi più pronti di fare da apripista, creando standard e risultati che gli altri potranno adottare in seguito. L’obiettivo non è escludere, ma accelerare.

La figura di Mario Draghi assume così un ruolo centrale non per culto della personalità, ma per credibilità tecnica. Quando parla, i mercati ascoltano, le istituzioni riflettono, i governi si muovono. E oggi serve esattamente questo: una guida che sappia unire rigore analitico e visione politica. Il suo messaggio è semplice e insieme radicale: se l’Europa vuole restare un attore globale, deve dotarsi di strumenti comuni, decisioni rapide e investimenti condivisi. Non è un programma rivoluzionario: è buon senso applicato alla realtà.

La scelta, in fondo, è netta. Continuare a negoziare all’unanimità su tutto, sperando che il mondo rallenti, oppure accettare che la politica economica comune richiede strumenti comuni. Draghi ha suonato la sveglia; ora tocca ai governi decidere se alzarsi o continuare a dormire mentre la storia corre.


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