La scuola oggi somiglia sempre più a un ring domestico dove si contendono ruoli e colpe: genitori esausti che pretendono giustizia immediata per ogni insufficienza, ragazzi che confondono il diritto con il capriccio, e insegnanti che oscillano tra la rinuncia e la recita di una modernità di facciata. Non è una tragedia morale, è un cortocircuito sociale: quando la famiglia scarica sulla scuola tutte le frustrazioni — economiche, affettive, sessuali — l’aula perde la sua funzione di spazio pubblico di formazione e diventa un’estensione del privato in crisi. Il genitore che entra in classe come avvocato del figlio, o come un “giustiziere”, non sta difendendo l’educazione, la sta smantellando pezzo dopo pezzo; e il docente che, per insicurezza o moda o ignavia, rinuncia a esercitare un’autorità pedagogica, consegna la classe al caos. La conseguenza è semplice e perversa: la scuola si adegua al peggio che la società le offre.

La comicità amara della situazione sta nel fatto che molte delle “innovazioni” invocate come modernità sono in realtà palliativi: ritenere anacronistico il gesto di alzarsi in piedi quando entra un docente viene presentato come progresso, ma spesso è solo il sintomo di un’autorità che non sa più farsi rispettare. Allo stesso modo, la tolleranza verso i telefonini in classe — quando non è frutto di una strategia didattica chiara — diventa un lasciapassare per la distrazione e la perdita di disciplina. Non si tratta di nostalgia: si tratta di chiedersi se certe piccole ritualità non servano ancora a tenere insieme il tessuto civile. Questo è un punto da non trascurare: il divieto all’uso dei cellulari è stabilito da circolari ministeriali e la loro dannosità è provata da studi scientifici che dimostrano come l’intervallo di attenzione dei ragazzi sia calato da 2.25 minuti del periodo Covid a soli 40 secondi; con tutte le conseguenze didattiche ed educative. Ma come si fa a insistere troppo con i ragazzi se, quando i genitori vanno agli incontri con i docenti hanno il cellulare in mano e quando alcuni docenti si ostinano a usare il cellulare in classe, nonostante la scuola metta a loro disposizione computer e schermi collegati in rete con cui poter svolgere tutte le attività didattico-educative? I genitori non sono “il nemico” ma non sono nemmeno innocenti spettatori. La loro esasperazione è reale e comprensibile: lavori precari, case strette, relazioni coniugali spesso fragili. Ma trasformare la scuola in sfogatoio privato non aiuta né i figli né gli insegnanti. Quando la famiglia pretende di negoziare ogni voto, ogni rimprovero, ogni regola, la scuola perde la capacità di mediare tra individuo e società. E i ragazzi, privi di punti di riferimento coerenti, imparano presto che l’autorità è qualcosa da aggirare, non da rispettare. Questo produce giovani che non conoscono la frustrazione costruttiva, e che confondono il confronto con la prevaricazione. Non solo: trasferiscono poi questi comportamenti nelle loro relazioni con i loro pari, alimentando così gli episodi di violenza (anche di genere, ma non solo) quotidianamente e impietosamente comunicate dai media.
Non è tutto colpa dei genitori: l’altra faccia della medaglia è un corpo docente spesso demotivato. L’assenteismo, la precarietà contrattuale e la scarsa considerazione sociale non sono dettagli: sono fattori che erodono la continuità didattica e la credibilità dell’insegnamento. Quando l’insegnante manca, la classe perde ritmo; quando l’insegnante è demotivato, la lezione diventa un atto formale senza sostanza. Il risultato è un sistema che si autoalimenta: più assenze e meno autorevolezza, più ingerenze e meno efficacia.
C’è poi il capitolo dei “docenti moderni” che, con buona fede o con posa, confondono apertura con rinuncia. Criticare pratiche consolidate non è un peccato: è necessario. Ma farlo senza una solida bussola pedagogica significa sostituire l’autorità con l’opinione, la regola con il consenso momentaneo. In molte classi la presunta modernità e confidenza con gli studenti (che talora giunge fino al contatto fisico) si traduce in docenti che si sentono più colleghi che guide.
Quali mosse concrete? Non servono proclami: servono tre cose semplici e ostinate. Primo, ripristinare confini chiari tra famiglia e scuola, con protocolli che definiscano tempi e modi del confronto; secondo, investire nella formazione e nel riconoscimento professionale degli insegnanti, perché l’autorevolezza si costruisce anche con competenze e dignità lavorativa; terzo, offrire supporto psicologico alle famiglie in difficoltà, perché molte ingerenze nascono da fragilità che non sono colpe ma emergenze sociali. Senza questi interventi la scuola continuerà a essere il luogo dove si scaricano i fallimenti di una società che non sa più prendersi cura dei suoi giovani.
Punti salienti: la crisi è sociale, non solo scolastica; l’ingerenza genitoriale danneggia il processo educativo; l’assenteismo e la demotivazione docente aggravano il problema; la “modernità” senza bussola pedagogica è un rischio; servono confini, formazione e supporto familiare.

