Educare per quale Società?

RIFLESSIONI SOCIO-PEDAGOGICHE DEL PROF. ANDREA CANONICO

La scuola oggi somiglia sempre più a un ring domestico dove si contendono ruoli e colpe: genitori esausti che pretendono giustizia immediata per ogni insufficienza, ragazzi che confondono il diritto con il capriccio, e insegnanti che oscillano tra la rinuncia e la recita di una modernità di facciata. Non è una tragedia morale, è un cortocircuito sociale: quando la famiglia scarica sulla scuola tutte le frustrazioni — economiche, affettive, sessuali — l’aula perde la sua funzione di spazio pubblico di formazione e diventa un’estensione del privato in crisi. Il genitore che entra in classe come avvocato del figlio, o come un “giustiziere”, non sta difendendo l’educazione, la sta smantellando pezzo dopo pezzo; e il docente che, per insicurezza o moda o ignavia, rinuncia a esercitare un’autorità pedagogica, consegna la classe al caos. La conseguenza è semplice e perversa: la scuola si adegua al peggio che la società le offre.

Prof. Andrea Canonico

La comicità amara della situazione sta nel fatto che molte delle “innovazioni” invocate come modernità sono in realtà palliativi: ritenere anacronistico il gesto di alzarsi in piedi quando entra un docente viene presentato come progresso, ma spesso è solo il sintomo di un’autorità che non sa più farsi rispettare. Allo stesso modo, la tolleranza verso i telefonini in classe — quando non è frutto di una strategia didattica chiara — diventa un lasciapassare per la distrazione e la perdita di disciplina. Non si tratta di nostalgia: si tratta di chiedersi se certe piccole ritualità non servano ancora a tenere insieme il tessuto civile. Questo è un punto da non trascurare: il divieto all’uso dei cellulari è stabilito da circolari ministeriali e la loro dannosità è provata da studi scientifici che dimostrano come l’intervallo di attenzione dei ragazzi sia calato da 2.25 minuti del periodo Covid a soli 40 secondi; con tutte le conseguenze didattiche ed educative. Ma come si fa a insistere troppo con i ragazzi se, quando i genitori vanno agli incontri con i docenti hanno il cellulare in mano e quando alcuni docenti si ostinano a usare il cellulare in classe, nonostante la scuola metta a loro disposizione computer e schermi collegati in rete con cui poter svolgere tutte le attività didattico-educative? I genitori non sono “il nemico” ma non sono nemmeno innocenti spettatori. La loro esasperazione è reale e comprensibile: lavori precari, case strette, relazioni coniugali spesso fragili. Ma trasformare la scuola in sfogatoio privato non aiuta né i figli né gli insegnanti. Quando la famiglia pretende di negoziare ogni voto, ogni rimprovero, ogni regola, la scuola perde la capacità di mediare tra individuo e società. E i ragazzi, privi di punti di riferimento coerenti, imparano presto che l’autorità è qualcosa da aggirare, non da rispettare. Questo produce giovani che non conoscono la frustrazione costruttiva, e che confondono il confronto con la prevaricazione. Non solo: trasferiscono poi questi comportamenti nelle loro relazioni con i loro pari, alimentando così gli episodi di violenza (anche di genere, ma non solo) quotidianamente e impietosamente comunicate dai media.

Non è tutto colpa dei genitori: l’altra faccia della medaglia è un corpo docente spesso demotivato. L’assenteismo, la precarietà contrattuale e la scarsa considerazione sociale non sono dettagli: sono fattori che erodono la continuità didattica e la credibilità dell’insegnamento. Quando l’insegnante manca, la classe perde ritmo; quando l’insegnante è demotivato, la lezione diventa un atto formale senza sostanza. Il risultato è un sistema che si autoalimenta: più assenze e meno autorevolezza, più ingerenze e meno efficacia.

C’è poi il capitolo dei “docenti moderni” che, con buona fede o con posa, confondono apertura con rinuncia. Criticare pratiche consolidate non è un peccato: è necessario. Ma farlo senza una solida bussola pedagogica significa sostituire l’autorità con l’opinione, la regola con il consenso momentaneo. In molte classi la presunta modernità e confidenza con gli studenti (che talora giunge fino al contatto fisico) si traduce in docenti che si sentono più colleghi che guide.

Quali mosse concrete? Non servono proclami: servono tre cose semplici e ostinate. Primo, ripristinare confini chiari tra famiglia e scuola, con protocolli che definiscano tempi e modi del confronto; secondo, investire nella formazione e nel riconoscimento professionale degli insegnanti, perché l’autorevolezza si costruisce anche con competenze e dignità lavorativa; terzo, offrire supporto psicologico alle famiglie in difficoltà, perché molte ingerenze nascono da fragilità che non sono colpe ma emergenze sociali. Senza questi interventi la scuola continuerà a essere il luogo dove si scaricano i fallimenti di una società che non sa più prendersi cura dei suoi giovani.

Punti salienti: la crisi è sociale, non solo scolastica; l’ingerenza genitoriale danneggia il processo educativo; l’assenteismo e la demotivazione docente aggravano il problema; la “modernità” senza bussola pedagogica è un rischio; servono confini, formazione e supporto familiare.


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